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‘Progetti’ protagonista di ‘Architettura contemporanea nelle Marche’

a cura di Cristiana Colli e Pippo Ciorra

Mostra ‘Architettura contemporanea nelle Marche’

Luogo: Ancona, Mole Vanvitelliana, 12 luglio – 24 agosto 2008
Enti promotori: PARC – MiBAC Direzione generale per
la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e
l’arte contemporanee; Comune di Ancona; Dipartimento PROCAM – Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno – Università di Camerino; ‘Progetti Ancona’, INARCH Marche; Dipartimento DARDUS – Università Politecnica delle Marche; Soprintendenza Archivistica per le Marche
Con il sostegno istituzionale di: Consulta tra le Fondazioni Casse di Risparmio marchigiane
In collaborazione con: iGuzzini illuminazione, Fondazione Ermanno Casoli, Gagliardini srl
Progetto generale a cura di: Cristiana Colli e Pippo Ciorra
Comitato scientifico: Fabio Sturani, Comune di Ancona; Margherita Guccione, PARC; Pippo Ciorra,
Maria Luisa Neri, Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno – UNICAM; Umberto Cao, preside Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno – UNICAM; Franco Panzini, direttore editoriale di ‘Progetti Ancona’; Silvio Argentati, INARCH Marche;
Mario De Grassi, Università Politecnica delle Marche;
Fausto Pugnaloni, Università Politecnica delle Marche;
Maria Palma, Soprintendente Archivistica per le Marche
Allestimento a cura di: Carmine Luongo,
Emanuele Marcotullio, Moira Valeri
Grafica e comunicazione: exnovo, Pesaro
Realizzazione: Publioggi, Ancona

È stata la prima mostra sull’architettura contemporanea nelle Marche. Un’esposizione composita, divisa in quattro sezioni: il censimento delle opere di qualità dal 1945 a oggi, una ricognizione sui lavori più recenti, la selezione delle opere pubblicate in undici anni di attività di ‘Progetti Ancona’ e infine la ricerca sugli archivi degli architetti marchigiani. Il progetto è il risultato di un’ampia coalizione territoriale pubblico/privata che ha aggregato le Università del territorio di più stretto riferimento – Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno e Politecnica delle Marche, Comune di Ancona, ‘Progetti Ancona’, Inarch Marche, Soprintendenza Archivistica delle Marche, iGuzzini Illuminazione, Fondazione Ermanno Casoli, Gagliardini, con il sostegno istituzionale della Consulta tra le Fondazioni Casse di Risparmio marchigiane. L’occasione espositiva ha avuto origine dalla ricerca che la direzione generale PARC del MiBAC – Direzione Generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e l’arte contemporanee – sta svolgendo da alcuni anni sull’architettura del dopoguerra in Italia. L’indagine è articolata su base regionale e va progressivamente compilando una mappa completa delle opere di pregio e d’interesse. Gli obiettivi sono molteplici. Prima di tutto la promozione dell’architettura italiana contemporanea, poi l’individuazione di una fascia più ristretta di opere da sottoporre a eventuali forme di tutela, infine, a più di vent’anni dagli ultimi studi storici di ampio respiro, lo stimolo a una prima rivisitazione storiografica. Dal 2005 la ricerca si è estesa al territorio marchigiano, a cura di un gruppo di ricerca del dipartimento PROCAM della Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno. Il risultato dei lavori dei ricercatori della facoltà ha occupato due sezioni della mostra (PARC 1945-2000; PARC 2000-2008) e ha offerto un panorama ricco e a suo modo sorprendente sull’attività dei progettisti in una regione generalmente considerata più votata a una prudente forma di resistenza all’innovazione e alla creatività contemporanea, almeno nel campo dell’architettura e del progetto urbano. Le altre due sezioni della mostra hanno completato, con altrettanto rilievo, un panorama a cui si può guardare con ottimismo. La parte dedicata alla selezione delle pubblicazioni di ‘Progetti Ancona’ si è rivelata come una controprova coerente e confortante delle indagini DARC. Dagli undici anni della rivista è emerso infatti un tessuto di progettisti e di opere di grande qualità, in grado di testimoniare una presenza capillare dell’innovazione architettonica sul territorio regionale, di far affiorare le relazioni con il tessuto produttivo, di dare spazio alle iniziative delle istituzioni locali e delle università. La ricerca sugli archivi, svolta a cura del dipartimento DARDUS dell’Università di Ancona, anche in questo caso in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica regionale e le strutture del MiBAC, ha rappresentato un complemento conoscitivo essenziale rispetto alle vicende dei suoi personaggi più rilevanti, e ha fatto emergere un tessuto ben più ampio e complesso di quanto finora compreso, fatto di personaggi fortemente intrecciati alla storia economica e culturale della regione ma allo stesso tempo in continuo contatto e scambio con i maestri di riferimento e i centri nazionali della cultura specifica. Queste le sezioni della mostra.

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Ricerca DARC_MiBAC – 1945-2000
Territori moderni
L’architettura nelle Marche dal 1945 al 2000
La sezione ha rappresentato i risultati della ricerca sull’architettura di qualità nel dopoguerra che il Ministero dei Beni Culturali (direzione PARC) sta svolgendo in tutte regioni d’Italia e che nelle Marche è curata dal dipartimento PROCAM della facoltà di Architettura di Ascoli Piceno. Il gruppo di ricerca, coordinato da Pippo Ciorra e Maria Luisa Neri, ha censito e documentato circa 70 edifici degni di attenzione: tra questi alcuni capolavori già ben noti e molto studiati, come il campus universitario di Urbino di De Carlo e quello liceale di Carlo Aymonino a Pesaro, nonché opere più recenti e “contemporanee”, come il teatro delle Muse di Guerri-Salmoni, la biblioteca di Carmassi a Senigallia o la sede Guzzini di Cucinella a Recanati.

I criteri di ricerca DARC

Quella dell’architettura moderna e contemporanea, nelle Marche è stata generalmente considerata come una presenza secondaria. La “lontananza” delle facoltà di architettura, l’assenza di un tessuto continuo e visibile di edifici “moderni” o comunque di qualità artistica elevata, e quindi di una relativa storiografia, nella regione è condizione evidente già a partire dal periodo tra le due guerre. Il razionalismo italiano lascia poche tracce del suo passaggio nel territorio marchigiano sia nel campo delle “eccellenze” monumentali e d’autore sia se inteso come linguaggio e attitudine “diffusa” nell’ambito dell’edilizia pubblica e in quella ordinaria e domestica. Non mancano ovviamente eccezioni di rilievo, come la bellissima GIL di Adalberto Libera a Civitanova, recentemente restaurata e trasformata in biblioteca cittadina. Questo ritardo si trasferisce anche alla produzione del dopoguerra perché, anche nei casi migliori, non si fonda sull’evoluzione di una scuola o di gruppi locali, ma piuttosto sulle incursioni che vengono sollecitate ai vari “maestri” dagli architetti locali più informati e sensibili, in genere appena tornati dai loro periodi di studio nelle sedi delle più importanti facoltà del tempo: Roma, Firenze, Venezia. Se non altro per abitudine, anche la storiografia e la cronaca architettonica rimangono quindi abbastanza lontane dallo scenario adriatico e marchigiano in particolare. Tutto questo ha indotto il gruppo di ricerca a elaborare alcuni criteri specifici rispetto a quelli generalmente adottati nell’ambito della ricerca nazionale dalla PARC. Abbiamo quindi cercato di integrare due azioni parallele. La prima si è sostanzialmente allineata ai criteri generali della PARC: consultazione bibliografica di manuali e guide, compilazione di una lista di riviste e pubblicazioni riconosciute, controllo di elenchi e segnalazioni di edifici di pregio già catalogati da organismi nazionali o locali. La seconda ha invece coinciso con un’indagine approfondita sul campo che ha permesso di portare alla luce sia la produzione più recente, sia quanto di buono è stato in realtà realizzato in questi sessant’anni, anche al di fuori dei canoni tradizionali della storiografia modernista, con particolare attenzione alla qualità costruttiva e alle innovazioni tecniche e tipologiche degli edifici. Gli edifici, secondo il principio dei cerchi concentrici che informa l’intero programma di ricerca DARC, sono stati raccolti in tre diverse categorie di schede. Le schede A relative agli edifici per cui è stata proposta una maggiore attenzione (o una qualche forma di tutela) da parte del ministero; le schede B per gli edifici di qualità alta, per i quali si è proposta una sorta di monitoraggio; le schede E per gli edifici che si è creduto sufficiente “elencare”, per testimoniare la qualità del progetto; le schede ER, di pura citazione, relative agli edifici realizzati dopo il 2000. Ancor più che in altri contesti il nostro lavoro ha avuto un doppio scopo: da un lato quello della documentazione, con le informazioni sulla collocazione dei fabbricati, sullo stato di conservazione, sulla reperibilità di fonti e disegni; dall’altro l’opera di promozione e valorizzazione di una cultura moderna e contemporanea del costruire, che ha trovato in realtà nella regione più esempi positivi e più punti d’appoggio di quello che si poteva prevedere. Proprio per questo, e per evidenziare la crescita progressiva della consapevolezza architettonica, la ricerca è spaziata senza differenze d’approccio dai primi anni
del dopoguerra fino ai nostri giorni.

Pippo Ciorra

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Ricerca DARC_MiBAC – 2000-2008
Diario contemporaneo
L’architettura nelle Marche dal 2000 a oggi
La ricerca consegnata al ministero ha riguardato l’intero periodo dal 1945 ad oggi. Come in altre regioni sono stati però separati i progetti completati entro la fine del secolo scorso – per i quali ci si può già basare su una certa “distanza critica” – da quelli realizzati o in via di realizzazione nel corso dell’ultimo decennio. Per questi, circa 30 edifici che nel documento DARC hanno una schedatura più “leggera”. Tra i progetti presentati alcuni complessi industriali di qualità molto alta, come quello di Guido Canali per Prada, alcune sedi universitarie rinnovate o ricostruite di recente e complessi residenziali o di servizio. Per sottolineare la natura “in progress” di questa sezione, i curatori hanno scelto di non farne una rassegna puntuale ma piuttosto di affidarne il racconto a un diario fotografico autoriale e soggettivo, a cura di Piero Orlandi, responsabile della simmetrica ricerca sul territorio emiliano-romagnolo e membro del comitato scientifico di questa ricerca, un viaggio tra le opere più recenti in forma di reportage arricchito di impressioni e appunti.

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Progetti su ‘Progetti’
1997-2008: selezione tra gli oltre 200 progetti pubblicati nei 22 numeri di ‘Progetti Ancona’
La terza fonte utilizzata per documentare l’attività degli architetti “di qualità” della regione, è stata la rivista ‘Progetti Ancona’. Questa sezione della mostra, riservata a progetti e progettisti selezionati tra quelli pubblicati nei venti numeri della rivista, è stata curata da Luca Molinari, che ha scorso la serie completa del periodico marchigiano e ne ha tratto un mosaico di progetti di grande qualità, non a caso in parte coincidente con le scelte PARC. I molti lavori “eccellenti” di progettisti marchigiani o attivi nelle Marche, con una forte attenzione alle generazioni più giovani e ai temi più innovativi, come la riqualificazione di spazi industriali dismessi, i luoghi dello shopping, la residenza di nuova concezione, hanno visto i progettisti coinvolti direttamente, chiamati ad esporre immagini, disegni e modelli delle opere selezionate, riuniti a dare chiaramente l’idea di una massa critica rilevante sulla scena regionale.
‘Progetti Ancona’ tra i protagonisti della Mostra alla Mole

Dopo avere festeggiato il decennale nel 2007 di ‘Progetti Ancona’, la rivista ha scelto di promuovere la prima mostra sull’architettura contemporanea marchigiana mai realizzata nella nostra regione. Luca Molinari, il curatore della sezione, ha estrapolato dai 22 numeri 40 progetti sugli oltre 200 pubblicati in 11 anni di attività. I criteri di curatela hanno restituito famiglie di opere e autori che al meglio raccontano un territorio in profonda metamorfosi. Si sono incrociati temi caratterizzanti, dalla casa unifamiliare alla residenza, passando per restauri e recuperi, industrie di nuova generazione e nuovi spazi collettivi. “Contribuire con l’esperienza della nostra rivista alla prima ricognizione della qualità architettonica nella regione Marche è una soddisfazione che premia un impegno più che decennale, e dà dignità di fonte a ‘Progetti’ – ha detto Vittorio Gagliardini. Gli oltre 200 progetti pubblicati e la selezione che vediamo in mostra, con coincidenze quasi totali con il lavoro di ricerca del Ministero e delle Università, mostra che abbiamo guardato con attenzione, anticipazione e consapevolezza ciò che stava cambiando intorno a noi. Questa mostra è allora un riconoscimento a quel dialogo con il Territorio che instancabilmente e con passione abbiamo costruito, qualche volta inventato, sempre perseguito con tutti gli attori della ricca e articolata filiera del Progetto contemporaneo.”

La lente di ‘Progetti’

Esistono in Italia alcune realtà geografiche, lontane dai grandi centri metropolitani, che durante il secondo dopoguerra hanno cercato di avviare, con ostinazione silenziosa, la costruzione di difficili ma necessari equilibri. L’Italia è un Paese che ha fondato il senso della sua modernità imperfetta sull’equilibrio instabile tra continuità e crisi, tra modernità e tradizione, tra centro e provincia, e questi caratteri sono riscontrabili nelle esperienze architettoniche regionali dell’Emilia Romagna, Veneto e Trentino, Umbria, Sicilia e, soprattutto, delle Marche. Studiando l’architettura contemporanea marchigiana attraverso la lente deformata e necessariamente parziale della rivista ‘Progetti’, incrociando tra le sue pagine almeno tre generazioni di architetti locali e le loro opere, ci si confronta inevitabilmente con gli ultimi capitoli di un racconto molto più lungo e complesso che segna una identità mutevole e complessa della nostra società oltre che della cultura architettonica nazionale recente. Le Marche hanno visto, a partire dal 1949, il ruolo fondamentale (sia su scala locale che nazionale) del “Laboratorio Urbino” con la presenza decisiva e continua (caso unico ed eccezionale per l’Italia) di Giancarlo De Carlo e che segna un’esperienza progettuale e culturale decisiva per chi era alla ricerca di una “terza via” alla modernità in Italia. Non volendo entrare nelle significative vicende dei progetti di De Carlo quello che ancora oggi sorprende non è solo la qualità contestuale e ambientale dei suoi progetti, ma soprattutto la capacità che le sue opere e la sua azione diretta hanno avuto su diverse generazioni di professionisti locali che nei loro lavori hanno risentito beneficamente della sua presenza. Insieme, a partire dagli anni Sessanta vediamo il passaggio importante di Carlo Aymonino con il campus scolastico di Pesaro, mentre l’influenza dell’umbro-romano Ridolfi rafforzava in chiave locale una evoluzione naturale del neorealismo declinandola su un contesto ricco di bravi artigiani e di imprese abili nel cogliere questo approccio che cercava di coniugare professionismo morale e ascolto del territorio. Credo sia inoltre importante riflettere sul fatto che la maggior parte degli architetti moderni marchigiani si forma nel secondo dopo-guerra tra Roma e Venezia, due scuole che rappresentano per la cultura architettonica italiana i tentativi imperfetti di una costruzione problematica di una modernità combattuta tra un richiamo alle sue origini fondative (Rossi e Aymonino) e una via regionale, materica al progetto (Ridolfi, Quaroni, Fiorentino). Le Marche vivono di questi fermenti e influenze che si innestano su di una tradizione urbana e civile diffusa e policentrica che dall’epoca romana, passando per i borghi medioevali e le piccole corti rinascimentali, ha sperimentato continuamente modi di costruire città e spazio a misura d’uomo in un attenta relazione con il paesaggio e il suo infinito. E questo vale anche, e soprattutto, per gli ultimi due decenni del secolo appena passato che hanno stabilito uno scarto potente in termini di colonizzazione e trasformazione spesso violenta della linea costiera e dei fondo valle urbanizzati. Cosicché la rivista ‘Progetti’ si è trovata a registrare in questi anni due condizioni che s’intrecciano inevitabilmente tra di loro e che rappresentano con chiarezza la condizione contemporanea di questa regione così come del Paese intero: da un lato riconosciamo ancora i gradi di continuità colta ed evoluta con la storia architettonica del secondo dopo-guerra rappresentati dai due padri/madri nobili di questa regione: Danilo Guerri e Paola Salmoni. Il loro percorso, distinto e con gradi di personalità molto differenti, si confronta problematicamente con l’idea di un regionalismo critico in cui la lezione dei Maestri viene declinata con forme, tipologie, materie e cromie che cercano ossessivamente un dialogo vitale con l’esistente e le sue storie. E questa condizione viene esemplificata nel restauro del Teatro comunale di Ancona (opera importante che non ha avuto il meritato riconoscimento critico) e trova riverberi importanti nella presenza di almeno due opere di autori non locali: la nuova sede della Regione Marche ad Ancona della Gregotti Associati e i progetti dei Carmassi a Senigallia con la Biblioteca civica e il restauro del Monastero di San Giovanni a Pesaro (con Danilo Guerri). Il lavoro di Guerri credo abbia avuto un ruolo fondamentale nel radicare ancora di più la lezione ridolfiana nel territorio marchigiano ma depurandola progressivamente di una certa retorica neorealista per un aggiornamento più sofisticato legato alle migliori esperienze degli anni Settanta e Ottanta europee. Il suo studio è stato per almeno due decenni un laboratorio in cui si sono formate più generazioni di giovani architetti marchigiani arrivando a definire una vera e propria modalità linguistica e materica fortemente riconoscibile soprattutto nell’ambito dell’edilizia residenziale come è stato ad esempio per il lavoro recente di Marco Turchi. Dall’altra parte ‘Progetti’ registra opere e interventi che riconoscono una nuova, fondamentale condizione metropolitana regionale, quella di una città diffusa soprattutto lungo le sue coste, che ha prodotto negli ultimi vent’anni danni impressionanti alla struttura tradizionale del suo paesaggio e insieme una differente condizione simbolica, economica e culturale con cui l’architettura si è dovuta confrontare producendo alcune esperienze progettuali interessanti. È un fenomeno territoriale decisivo, da non demonizzare ma da capire e trasformare in un’occasione, e sotto questo punto di vista, la nuova Facoltà di architettura di Camerino-Ascoli Piceno rappresenta uno scarto simbolico e culturale fondamentale, soprattutto per le ricerche e le incursioni progettuali e didattiche di Pippo Ciorra e del gruppo di giovani docenti che ha dato vita a questo nuovo centro universitario, che in questo ultimo decennio hanno attivato percorsi di ricerca e sperimentazione necessari per crescere le nuove generazioni di giovani architetti marchigiani che poi, di fatto, interverranno sul territorio. Le aziende di nuova generazione e i loro impianti (da Cucinella a Longoni, Canali-Caldarola passando da Diotallevi e Marcellini, ma anche i nuovi dipartimenti di Biologia Molecolare dell’Università di Camerino firmati da Ciorra e Perriccioli), i tanti interventi residenziali che si muovono tra modernetto balneare, aspirazione a una internazionalità ingenua e recupero conservativo dei casali esistenti, gli interni commerciali di nuova generazione (Ceccarelli, A4, Rossi, Brunetti e Filipponi, Mondaini, Gabrielli), i restauri conservativi che esprimono il difficile dialogo tra le ragioni della sovrintendenza e quelle di una contemporaneità più sperimentale (dal restauro del complesso San Floriano di Jesi di De Carlo-Rota, l’intervento di Vignoni per azienda vinicola ad Osimo, ma anche il restauro del cimitero ebraico di Ancona dello studio Salmoni) rappresentano gli elementi che raccontano l’arcipelago Marche contemporaneo con le sue necessarie contraddizioni e insieme con tutti i segnali di un “lavori in corso” utile per dare forma a una condizione metropolitana diffusa. Le opere dell’ultima, composita generazione di architetti marchigiani non stanno solo segnalando una eterogeneità di percorsi e di poetiche che faticosamente si fissano in identità linguistiche significative, ma soprattutto raccontano di un contesto economico e sociale che sta cambiando profondamente e che domanda all’architettura funzioni, spazi e visioni innovative e capaci di costruire identità per il futuro. Insieme a questo ‘Progetti’ ha sempre registrato con dovizia la lunga teoria di tesi di laurea, ricerche in corso d’opera, micro allestimenti domestici e commerciali che completano il racconto di un arcipelago infinito ma continuamente operoso e vitale come solo il Laboratorio Marche riesce ad essere. Si è persa l’unità d’intenti che era diventata una cifra regionale all’architettura moderna, il sofisticato equilibrio tra il mattone, il ferro e il cemento si è sporcato con nuovi materiali e linguaggi spesso al limite dell’inutile gratuità, ma è in questa condizione ibrida che ritroviamo i caratteri di una società che sta cambiando e di un’architettura che deve offrire soluzioni e visioni per un secolo appena iniziato. Meriterebbero un ragionamento nuovo e sperimentale l’attenzione e la cura progettuale per un paesaggio schizofrenicamente diviso tra cartolina e nuovi scenari metropolitani. Sotto questo punto di vista le Marche rappresentano un palcoscenico importante su cui la nuova generazione di architetti, committenti e amministratori misureranno la qualità e la responsabilità delle scelte future.

Luca Molinari

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Gli archivi degli architetti marchigiani
Archivi di architettura del ‘900 nelle Marche
Progetti per la città di Ancona

Il Censimento degli archivi dell’architettura nelle Marche – condotto dal 2003 dalla Soprintendenza Archivistica per le Marche e dal Dipartimento di Architettura Rilievo Disegno Urbanistica e Storia (DARDUS) dell’Università Politecnica delle Marche – ha portato alla luce un patrimonio documentario che si rivela fonte preziosa per una nuova stagione di ricerca finalizzata a dare giusta collocazione alla storia delle idee e delle trasformazioni della regione nel complesso quadro nazionale dell’Ottocento e del Novecento. L’archivio privato dell’architetto e dell’ingegnere è, in questa prospettiva, strettamente complementare agli archivi pubblici. Oltre alle informazioni sul contesto storico, sociale, economico e culturale che ha generato l’opera, esso permette di fare luce sulla personalità del progettista ma anche sulla sua generazione e sui committenti, di ricostruire percorsi di formazione e di relazione, di rivelare alleanze e strategie, di conoscere il dibattito culturale, ma anche i segreti del cantiere e l’evoluzione delle tecniche di costruzione. La mostra ‘Archivi di architettura del ‘900 nelle Marche. Dentro lo studio dell’architetto’, oltre ad essere occasione per il recupero e il restauro di documenti molto fragili in precario stato di conservazione, ha voluto proporre un confronto tra le diverse stagioni dell’architettura e dell’ingegneria nell’età contemporanea. Da quella rassegna si sono tratti per questa nuova esposizione i materiali per una storia recente delle idee e delle trasformazioni della città di Ancona. Le opere dagli archivi di Paolo Beer, di Eusebio Angelo Petetti, di Luigi Garlatti Venturini e di Amos Luchetti Gentiloni esposte sono state lette come una galleria di occasioni mancate, di disegni “tracciati sulla sabbia”, che testimoniano un ricco patrimonio progettuale per alcuni nodi di una città complessa nel suo rapporto con il mare e nella sua stessa conformazione orografica profondamente segnata da eventi catastrofici come i bombardamenti bellici e i terremoti degli anni ’30 e del 1972, l’alluvione del 1958 e la frana del 1982.

  • 'Progetti' protagonista di 'Architettura contemporanea nelle Marche'
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