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Recupero delle ex Officine Cecchetti a Civitanova Marche

Tesi di laurea in Progettazione Architettonica

Laureandi: La grande copertura urbana Paolo Del Dotto Barbara Baiocco;
riconversione delle strutture edilizie esistenti, Barbara Baiocco
Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università degli Studi di Camerino
Relatore: prof. Giuseppe Ciorra
Correlatori: Arch. Cristiano Toraldo di Francia, Arch. Franco Panzini
Anno Accademico: 199/2000

Le ex Officine Cecchetti si sviluppano su una superficie di 100.000 mq, per un totale di oltre 300.000 mc di costruito. Dai documenti fotografici, l’impianto è rimasto invariato nel corso degli ampliamenti che hanno seguito l’evolversi delle tecnologie produttive. Già in una foto aerea scattata nel 1943 dalle milizie inglesi, l’aspetto della fabbrica si presentava del tutto simile a quello attuale. Nel corso degli anni successivi fino alla chiusura definitiva della fabbrica (1994), sono state svolte solo opere di manutenzione, con parziali sostituzioni di capriate in legno con reticolari in ferro, adeguamento di impianti elettrici ed idraulici, mantenendo tuttavia la tipologia architettonica del padiglione a capriata.

Il carro trasbordatore, spina centrale di tutto l’impianto, è stato in parte ampliato per essere adeguato alla nuova lunghezza dei vagoni ferroviari, unico metro dimensionatore del grande “boulevard”.
Tra le varie problematiche è innanzi tutto necessario reintegrare l’ampia area nell’organico della città, come prolungamento delle centralità della stessa. In poche altre situazioni si è verificata la presenza di una estesa area industriale nel cuore del tessuto urbano di una piccola città, e con la stessa valenza sociale, storica e culturale come nel caso delle Officine Cecchetti per Civitanova Marche: la sirena scandiva, più che i rintocchi delle campane, i ritmi della settimana lavorativa.
Il forte impatto visivo dei geometrismi delle giaciture ne detta l’importanza urbanistica maggiore rispetto al resto dell’aggregato urbano. I due grandi blocchi di padiglioni che si attestano sul carro trasbordatore offrono un retro sfrangiato verso un’edilizia tipologicamente variegata a nord, e verso il parco dei binari a sud, mentre i fronti rigorosi nei prospetti e nelle cadenze enfatizzano il grande vuoto centrale elevandolo ad una condizione di “matericità”.
L’idea principale del nostro intervento è quella di ricostituire la centralità dell’impianto ridisegnando il boulevard come spina portante dello spazio, al quale si innesta anche il parco dei binari. Quest’ultimo, vincolato come zona archeologica dalla Soprintendenza, investe il lato a sud della spina, fondendosi al sistema di pieni e vuoti costituiti dagli sfrangiamenti dei capannoni, ma senza tuttavia limitarvisi: verde a raso e piante invadono gli spazi di libera fruizione in elementi via via più sfilacciati.
L’immediatezza del passaggio tra interno ed esterno tipica degli agglomerati industriali, solitamente costituiti da superfici diaframmate, ci ha suggerito l’idea di rendere interni anche gli spazi esterni tra un padiglione ed un altro, attraverso la costruzione di una grande copertura che investisse l’aggregazione compatta ad est dell’area.
Tale operazione conferisce alla fabbrica le stesse potenzialità di un centro storico che tuttavia offre anche l’opportunità di uno spazio protetto, climatizzato e nella maggior parte pedonale.
I vecchi padiglioni vengono invasi da piccole architetture dall’aspetto provvisorio e temporaneo, “wagon shops” disseminati all’interno e all’esterno degli stessi. Questi ultimi, ristrutturati, rimangono museo di se stessi, visibili nella loro dimensione originale, non intaccati dal nuovo intervento che ne prevede tuttavia una continua attraversabilità.
Per ricomporre il flusso di binari che dalla parte del parco conduceva i vagoni ferroviari verso il carro trasbordatore centrale, oltre ai filari che accompagnano alcuni binari esistenti, sono state inserite attrezzature per il parco come elementi sparsi ma proiettati verso il boulevard centrale. E’ proprio per questa forte direzionalità a terra che si è voluto intervenire con una grande copertura priva di una propria assialità, soprattutto nella composizione strutturale e nella distribuzione degli appoggi.
Ma la chiave di lettura potrebbe essere anche un’altra: i padiglioni industriali intesi come oggetti museali, vengono conservati sotto una teca, poggiati su di un basamento continuo, realizzabile con una pavimentazione omogenea che ridisegni i margini dell’area industriale investita dall’operazione di recupero.