MENU

Restituito un tassello di Osimo ipogea

Il recupero funzionale dell’ex Cantinone di Osimo

Intervento: recupero funzionale locali ex Cantinone.
Ingresso Osimo Sotterranea
Luogo: Osimo, via Fonte Magna
Progettista: arch. Manuela Francesca Panini
Collaboratori: Annalisa Appolloni, Anna Paola Martini,
Simone Monti, Vincenzo Pallotta, Angelo Renna
Committenti: Comune di Osimo, Soprintendenza Archeologica delle Marche
Anno di redazione: 2005
Anno di realizzazione: 2006 – 2007
Costo: 250.000,00 euro
Impresa esecutrice: Astra Archeologia Stratigrafica, Roma
Imprese fornitrici: Coop. Pangea, Falconara Marittima (AN), Re.Co. Restauratori Consorziati, Roma, iGuzzini Illuminazione, Recanati (MC), Upper, Ancona

Foto: Bruno Severini, Giuseppe Saluzzi,
Archivio fotografico Comune di Osimo

Il recupero funzionale del locale ‘Ex Cantinone, Ingresso Osimo Sotterranea’ di via Fonte Magna a Osimo rientra all’interno dei progetti selezionati per il ‘Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa’ nel 2009. Questa candidatura ci permette di trovare la chiave per leggere la sua particolarità. L’ambiente sotterraneo è paesaggio,paesaggio sotto non contrapposto ma speculare al paesaggio sopra, paesaggio interiore, viscerale delle città. Paesaggio che non sempre è vivo ma, a volte, come in questa operazione di recupero, ritorna in vita per gli abitanti del sopra discendenti di coloro che abitarono il sotto. Il cosiddetto ‘Cantinone’ di Via Fonte Magna, di proprietà comunale, è stato oggetto di un recupero funzionale finalizzato alla realizzazione di un centro di accoglienza turistica, all’interno del quale si trova l’ingresso del percorso ‘Osimo Sotterranea’. Due sono stati i presupposti sostanziali alla base dell’intervento di recupero: non tutte le grotte di Osimo risultano visitabili per diversi motivi tra cui sicuramente le difficoltà di accesso e lo stato di fatto precario in cui si trovano attualmente; in secondo luogo è indubbio che la valorizzazione del sottosuolo di Osimo può offrire le basi per un forte impulso all’offerta culturale della città prevedendo un percorso turistico unitario che comprenda la rete dei monumenti esistenti integrata alle parti più emblematiche e significative della città ipogea. Il Progetto Esecutivo si basa sulla precisa volontà di perseguire un restauro conservativo e filologico del luogo per arrestare il degrado dell’organismo architettonico e per ricostituirne l’essenza originale al fine di renderlo fruibile. Il locale ha funzionato per decenni come deposito per mezzi e materiali e una volta liberato dei materiali accumulati ha rivelato in pieno tutta l’organicità e la spazialità unitaria del complesso. Questo ambiente, di epoca medioevale come tutta la struttura del soprastante convento di San Francesco, risulta sostanzialmente formato da un unico spazio longitudinale, voltato a botte, per una lunghezza di circa 35 metri, costruito a ridosso delle mura romane di via Fonte Magna, risalenti al II sec. a.C. e realizzate in conci diatoni di arenaria. Nella parte finale dell’ambiente si trovano una galleria alta circa 3 metri, che collegava il ‘Cantinone’ al Convento, e l’ingresso alla sottostante “grotta” per il tramite di una scala in mattoni che permette di raggiungere il percorso sotterraneo posto a 15 metri di profondità. Il percorso sotterraneo si sviluppa per una lunghezza di circa 300 metri secondo uno schema a pettine con corridoi alti circa 2,40 metri, intervallati dalla presenza di pozzi con pedarole per l’aereazione e per la captazione dell’acqua, di nicchie e di superfici modellate con motivi di ispirazione religiosa. La struttura ipogea, le cui origini si perdono nella storia, si può definire come vera e propria architettura scavata nell’arenaria e realizzata in tutte le sue componenti linguistiche: volte a botte e a crociera, marcapiani di imposta e stanze dalle pareti regolari e rifinite. La prima fase ha riguardato la pulizia della sottostante grotta e successivamente lo scavo del terreno del Cantinone per raggiungere una quota idonea di pavimentazione che permettesse di superare il dislivello esistente, tra l’esterno e l’interno, in conformità con il superamento delle barriere architettoniche. Tale fase ha però riservato una serie di sorprese non previste in fase di progettazione; a mano a mano che lo strato del terreno superficiale veniva rimosso sono emerse alcune strutture antiche di significativo interesse storico e archeologico: oltre alla scoperta di numerosi reperti fittili mescolati nel terreno risalenti alle varie epoche picene e romane, sono state rinvenute delle strutture sicuramente correlate all’opificio dei frati che qui nel locale seminterrato del Cantinone producevano cose e manipolavano materiali utili alla vita conventuale. I ritrovamenti riguardano: una vasca per lo spegnimento della calce, la pavimentazione concava della galleria finale che così ripulita presenta una inusuale sezione ellittica probabilmente riferita a una cisterna e un rudere di forma rettangolare formato da tre vasche contigue costruite in mattoni e ricoperte da uno strato di materiale calcareo. Inoltre in prossimità dell’ingresso lo scavo ha messo in luce il piede della muratura di epoca romana formata dalla sovrapposizione di conci diatoni in arenaria così da presentare, in questo tratto, una sezione maggiore rispetto alle dimensioni murarie rilevabili nelle altre porzioni murarie di cinta della città. Le strutture ritrovate sono state messe in risalto con idoneo impianto di illuminazione e attraverso la perimetrazione dell’ambiente in ghiaia lavata a filo pavimento realizzato a resina grezza di colore simile alla arenaria che caratterizza le sottostanti grotte. Tutti gli apparecchi murari sono stati restaurati con interventi di cuci-scuci e idrolavati con pressione modulata a seconda delle zone da ripulire nel rispetto delle superfici. L’intervento di recupero del Cantinone ha quindi portato alla luce un tassello di storia della città che costituisce la testimonianza viva di una comunità e del suo modo di operare in modo da formare così un testo naturale di storia della città che unisce le rilevanze sopra terra a quelle nascoste dell’ipogeo.

Stefania Scaradozzi