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Ri-animare l’anonimo

Ristrutturrazione di abitazione unifamiliare

Simone Subissati
Luogo: Ancona, località Sappanico
Progettista: Simone Subissati, architetto
Committente: privato
Anno di redazione del progetto: 2000
Anno di esecuzione dell’intervento: 2000
Imprese esecutrici:  opere edili, nuova artigiana edile di S. Serpentini (AN); impianti elettrici, G. Baldini (AN); impianti idraulici, Morici Albino (AN), Belardinelli e Feliciani, Camerano; tinteggiature, Artigiana di P. Vergani (AN); gronde e copertine in rame, Carbonari Sandro, Agugliano; camini e porte in ferro, Arredo 70 di G. Fugaroli (AN); serramenti in legno, Arredinfissi, Osimo; progetto illuminotecnico, EffettoLuce, Recanati
Dati dimensionali: superficie lotto, 1890 mq; superficie coperta, 195 mq; superficie utile, 290 mq

Fare architettura non significa inventare, bensì scoprire, è interpretazione sempre nuova di concetti noti, è rendere il mondo con occhi sempre diversi, viverlo in modo sempre nuovo, e inventarlo e animarlo con contenuti consueti.
Creare architettura significa anche colmare la realtà con un’idea, con un punto di vista mutato, diverso’ (O. M. Ungers)
Un sito collinare senza valenze paesaggistiche di rilievo, è il contesto di un’operazione di riprogettazione, condotta a partire da una delle tante modeste presenze, per lo più risalenti agli anni Sessanta, che caratterizzano il luogo.
Riprogettazione: termine che si traduce in un atteggiamento nei confronti del progetto che si muove su di un delicato terreno dove un chiaro confine tra restyling, riqualificazione e progettazione ex novo non è tracciato, ma dove il fine ultimo è costituito dalla volontà di riscattare il vecchio edificio dalla banalità che ne segnava le precedenti sorti, per restituirgli nuova identità e dignità.
L’edificio originario, i cui fronti si sviluppavano senza nessuna regola compositiva, era caratterizzato da motivi desunti dal più classico repertorio vernacolare (il portico, l’articolazione dei corpi di fabbrica, i parapetti ad archi rovesciati), ancora una volta declinati in maniera piuttosto scontata.
Il confronto tra i due stati del manufatto rende evidente come lo strumento dell’architettura dia forma e senso all’edificio.
Come nella pittura astratta e surreale l’oggetto senza qualità viene sublimato e rimosso attraverso la magia della luce e la decontestualizzazione, in questo caso analogamente, il compito di rendere parlante e sorprendente l’oggetto è raggiunto attraverso la fissità e la ricchezza delle associazioni che provoca. Tale metamorfosi muove dalla definizione di un lessico elementare fatto di volumi prismatici semplici, ottenuto tramite il completamento e la ricostruzione di parti, la creazione o eliminazione di aggetti con ispessimenti murari e la realizzazione di elementi nuovi, in modo da fare emergere per contrapposizione l’imprevedibilità e la complessità della loro connessione, che avviene per tangenza e compenetrazione.
L’uso del colore e dei materiali come la pietra di sabbia a spacco, di provenienza indiana, contribuisce a rafforzare il processo di caratterizzazione e identificazione dei diversi elementi compositivi.
Si può parlare di una ri-progettazione globalmente figurativa il cui oggetto sono figure riconoscibili per rispondere a una insoddisfatta domanda di archetipi costruttivi di segni visibili, codici godibili.
‘La morale occidentale ci ha insegnato che l’estetica è soltanto una parte minore del problema etico dell’uomo, la cui salvezza non è nelle cose…L’antico Giappone pensava invece il contrario, cioè che la morale è una piccola parte del grande problema estetico e che il compito dell’uomo religioso è costruire bene il mondo’. (A. Branzi)