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Ricordo di Giancarlo De Carlo

Nel gennaio 2004, nell’inaugurare la sua direzione di “Domus”, Stefano Boeri scelse per la copertina una foto storica e famosa, scattata in occasione dell’apertura della mostra di architettura della Triennale del 1968, curata da Giancarlo De Carlo e occupata definitivamente da architetti artisti e studenti contestatori il giorno dell’apertura. Nella foto – molto “movimentista”- si vede De Carlo in piedi che arringa un gruppo di studenti dall’aria young and angry, tra i quali si riconoscono molti degli attuali accademicissimi guru della scena architettonica e universitaria milanese, cercando inutilmente di convincerli a desistere dall’idea di demolire la mostra, dov’erano esposti lavori di Van Eyck, Peter Smithson, Isozaki, Archigram e di molti altri. Dovendo impostare il lavoro della sua rivista Boeri decide di ricominciare da De Carlo, progettista eccentrico e vagamente marginale rispetto agli ultimi sviluppi dell’architettura italiana, probabilmente per la sua insofferenza all’idea “firmata” di architettura, per il suo interesse verso gli aspetti etici e antiformali del progetto moderno, per la sua coerenza e per l’attenzione verso temi come la partecipazione, la discussione aperta, “l’idea che l’architettura sia anche un modo per capire il mondo e raccontarlo”. De Carlo in effetti si può davvero definire un intellettuale movimentista, non allineato, che più volte lungo l’arco della seconda metà del secolo ha messo la sua limpida irrequietezza al servizio del progresso architettonico e sociale. Milanese nato a Genova e accademicamente legato a Venezia, marchigiano e adriatico di adozione dall’inizio del suo impegno urbinate, De Carlo ha sempre distribuito le sue energie più intense all’interno di questo strano quadrilatero territoriale. Insofferente verso la Casabella di Rogers, che lascia nel 1958 dopo soli due anni di collaborazione, critico con i CIAM e con l’atteggiamento dell’INU, De Carlo trova a proprio a Urbino l’occasione per poter fare di una intera città-monumento il suo personale laboratorio di ricerca sull’architettura della città. L’incarico per il piano regolatore è del 1964 e rappresenta l’inizio di una lunga serie di edifici e sistemazioni che progetterà, e che lo studio di Milano sta ancora progettando, per la città universitaria marchigiana. Urbino è un centro di gravità cruciale dell’attività di De Carlo, il punto di incontro e applicazione di gran parte delle sue teorie: un’urbanistica fondata più sul dialogo e sulla partecipazione che non sullo zoning e sui numeri; un’architettura schiettamente moderna e allo stesso tempo capace di inserirsi senza fratture nei contesti storici e ambientali più “sensibili”; un’idea di “comunità”, qui felicemente applicata alla funzione di spazi per la didattica e la residenza universitaria, considerata come l’asse portante del pensiero sulle relazioni tra lo spazio dell’abitare, quello del lavoro, quello pubblico. Dopo l’esperienza conflittuale alla Triennale del ’68, l’energia progettuale e la massa critica di elaborazione che gli vengono da Urbino trovano uno sbocco ideale in un laboratorio didattico internazionale (l’ILAUD, fondato nel 1976 e ancora attivo) e in una rivista molto poco patinata (“Spazio e società”, pubblicata per la prima volta nel 1978). La sua “utopia realizzabile”, nutrita dei concetti di etica civile, comunità, uguaglianza, partecipazione, legame stretto col mondo operaio, trova in quegli anni applicazione in alcuni importanti progetti residenziali, di volta in volta al centro della discussione di tre successivi decenni: le case a ballatoio di Sesto San Giovanni all’inizio degli anni cinquanta, il villaggio Matteotti per gli operai delle acciaierie di Terni tra la fine degli anni sessanta e il 1975, le residenze veneziane di Mazzorbo a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Gli ultimi anni hanno segnato un’ennesima accelerazione e una nuova fase di protagonismo per Giancarlo De Carlo, animato da una terza o quarta giovinezza (che lo aveva portato ottantaduenne, quattro anni fa, a sorvolare in deltaplano le colline del Montefeltro e a rompersi una gamba nell’atterraggio). I risultati architettonici di questa stagione sono evidenti anche negli edifici e nei progetti redatti per il territorio marchigiano e adriatico. San Marino, Ancona, Ravenna, sono di volta in volta le scene per le sue ricerche progettuali, che svariano dai temi di pura figurazione architettonica, come nel caso di San Marino, fino all’insopprimibile tensione verso il progetto urbano che informa le molte proposte per la città di Ancona. Alcuni dei suoi progetti recenti sono inusitati e sorprendenti: forme libere e curve, torri vagamente barocche, quasi che in chiusura di carriera il maestro avesse deciso di riconciliarsi con un aspetto dell’architettura, quello della ricerca sulla forma, contro il quale aveva fieramente combattuto per tutta la vita.

  • Ricordo di Giancarlo De Carlo
  • 1923g