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Ricordo di Massimo Dolcini

Massimo Dolcini, dal 1971 grafico della Città di Pesaro per circa vent’anni, è scomparso recentemente, lasciando un grande vuoto come sempre accade con gli uomini di talento e di grande cuore. La sua vicenda professionale si è molto giocata sulla “grafica di pubblica utilità”, espressione coniata dal grafico Albe Steiner, amico e collaboratore di Vittorini e maestro di Dolcini ad Urbino quando l’attuale ISIA si chiamava Istituto Superiore di Arti Grafiche e gli allievi delle varie classi del corso si contavano sulle dita di una mano. Questa formula steineriana densa di contenuto etico e spirito democratico, Massimo l’ha assunta come propria e l’ha concretizzata in un vorticoso gioco nutrito della propria creatività, fatta di gioia di vivere e di estrosa ironia, pur nella consapevolezza del valore culturale e sociale del proprio ruolo e del nuovo che si stava affacciando, in questa disciplina, in altri Paesi. E così, nel corso di tanti anni, si è creato un caso nazionale: una città media, una “provincia” italiana capace di promuovere, organizzare e produrre una comunicazione di singolare valore, in relazione alla cosa pubblica dove amministratori e amministrati, grazie al decentramento di poteri e funzioni, lavoravano insieme per migliorare e qualificare la vita della comunità. Il mezzo da lui privilegiato erano i manifesti murali. La tecnica iniziale, quella serigrafica a colori dichiarati, che permetteva di tirare un numero non eccessivo di esemplari, per coprire la non grandissima città di Pesaro, centro e periferia. La mattina si usciva di casa e di volta in volta i muri fiorivano di oggetti o animali impossibili, di vecchietti seduti in comodi cespugli già a destinazione nelle vacanze per anziani o di coniglietti che invitavano i bambini a iscriversi agli asili comunali. E poi c’era Rossini, sempre dileggiato con amore, come quando compariva tra i coriandoli con le orecchie di Micky Mouse per il Carnevale di Villa Fastiggi o serissimo nella cornice del Rossini Opera Festival, sempre diverso, ma sempre lui, in ritratti di correttezza filologica esemplare, ma confinato da Dolcini, con finta innocenza, in una situazione di infinita autocelebrazione. Lasciamo a un articolo di Italo Lupi, comparso su Abitare nel 1980, il compito di inquadrare con capacità critica le sue qualità. Noi pesaresi abbiamo voluto bene a Dolcini e gli siamo grati soprattutto per quella gioia che provavamo, uscendo di casa, incontrando il suo nuovo manifesto: quello che non ci saremmo mai aspettati e che ci faceva sorridere di noi e insieme essere fieri di quello che stavamo costruendo.                                            M.A.
“Altra grafica”

Quando nel giugno del 1975 in Italia molte giunte di sinistra sostituirono le precedenti giunte centriste, la gente da esse si attendeva molto. Difficoltà congiunturali, inesperienza della macchina burocratica, carenze finanziarie e strette creditizie manovrate fecero crollare molte illusioni, frenando iniziative e deludendo aspettative. Si poteva allora pensare che con fantasia e razionalità gli amministratori sapessero informare sulle cose che si potevano fare, e soprattutto spiegare le molte che non si potevano realizzare ricorrendo al più povero, tradizionale e banale dei mezzi: il manifesto, lo scritto ben organizzato, la gazzetta chiara e ben scritta. Tutto questo invece non è stato fatto: vale per tutti l’esempio macroscopico di Milano, città dove esiste il massimo di capacità professionale in questo settore, la massima concentrazione di comunicatori visivi, e dove il Comune è stato invece in questi anni carente di informazioni e contatti, perdendo una buona occasione e mancando una prova civile. Si è fatto pochissimo e il poco che si è fatto lo si è fatto malamente e senza alcuna organicità e pianificazione, non capendo che, in democrazia, informare non è un inutile lusso. Tanto più colpisce perciò l’esempio molto positivo della città di Pesaro che ha saputo, come illustriamo in questo servizio, comunicare e spiegare, informare e farsi portavoce di utilità cittadine, ponendosi così come committenza intelligente, nel grande solco dei clienti pubblici che sono stati, in questo secolo, l’occasione per una “altra” produzione grafica, educativa e persuasiva. La committenza politica impone, al posto degli eleganti stereotipi commerciali cui siamo normalmente abituati, modi di comunicare specifici: Ben Shahn per il governo roosveltiano degli USA, gli artisti costruttivisti della Russia rivoluzionaria, da Rodcenko a Majakovskij a Malevic; gli artisti che hanno lavorato per il fronte popolare in Francia; J. Müller-Brockman per la serie di manifesti educativi svizzeri; i grafici inglesi che progettano per l’Art Council of Great Britain o per l’Health Education Council; Jan Lenica e gli altri cartellonisti polacchi; Rostgaard e Oliva nella
Cuba castrista, il gruppo del Grapus parigino, e anche la serie di anonimi estensori dei mille foglietti politici che dal ’68 ad oggi seguono i nostri passi, ne sono gli esempi. In Italia la grafica ufficiale si è espressa poco, e spesso è ricorsa a segni astratti con valenze buone per tutti gli usi; ma per un Michele Spera che, con proprietà significante, usa bene i suoi strumenti geometrici per un partito elitario come quello Repubblicano, quanti mestieranti giocano malamente con cerchi e quadrati, in modi banali e misteriosi a tutti. Massimo Dolcini, che come progettista grafico cura le comunicazioni del Comune di Pesaro, ha scelto un’altra strada, quella dell’approccio diretto, comunicativo, riconoscibile. Il suo segno “grasso” procede per intuizioni che paiono semplici, ma che sono il risultato sintetico di scarti analitici fino ad arrivare al segno più elementare, che è anche il più narrativo e il più carico di memorie e “tradizioni” per ognuno di noi. Allievo alla Scuola di Urbino, ha colto la lezione di Albe Steiner (“… i grafici [devono essere] modesti lavoratori tra masse di gente semplice che ha il diritto di partecipare alla comunicazione, alla cultura, al sapere, alla gestione sociale; grafici che sentano che la tecnica è un mezzo per trasmettere cultura e non uno strumento fine a sé stesso per giustificare la sterilità di pensiero o peggio per sollecitare inutili bisogni…”), ne ha assorbito il mestiere, subito completamente reinventadolo per altre vie, in una dolcezza di espressione personalissima, con l’occhio forse più attento a quello che succede in gran Bretagna o negli USA (guardando con originalità a Milton Glaser o a Seymour Chwast del Push Pin Club) che non al ricordo meccanico dei costruttivisti russi. Lo spessore del suo segno prevale sulla tipografia e sul lettering; nei suoi manifesti i colori si inseguono pastosi per giocare su una nuova tavolozza: di lontano si sentono gli echi formali certo non più di Steiner, quanto forse di un Michele Provinciali con la sua eleganza parmigiana e una contemporanea padana solidità, terragna ed empirica.

Italo Lupi, Abitare, n. 182, marzo 1980, pg.64

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