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San Giovanni una storia di città

Luogo: Pesaro
Progettisti:
progetto preliminare Danilo Guerri, Massimo Carmassi, Gabriella Ioli, architetti
progetto esecutivo architettonico ed alta sorveglianza Danilo Guerri, architetto
progetto strutturale Rodolfo Antonucci, ingegnere
progetto del giardino Franco Panzini, architetto
Committente: Comune di Pesaro
Anno di progettazione: 1996-1998
Anno di esecuzione: 1998-2001
Importo dell’opera: 2.107.505,67 euro

Foto: Mario Ciampi

 

Nell’articolo iniziale di questa rivista, Cesare Annibaldi propone una sorta di marchigianizzazione di quel grande esperimento di marketing urbano che è stata la creazione del Guggenheim Bilbao. Se presa nel verso giusto la proposta ha senso e come la rivista Progetti ha documentato il complesso di inteventi di restauro e recupero del centro storico di Jesi, propone qui l’interessante caso della nuova biblioteca centrale di Pesaro. Un altro esempio di rilancio di un centro storico marchigiano attraverso un grande intervento nel segno congiunto dell’architettura e della cultura.
La creazione della biblioteca di San Giovanni a Pesaro, è l’atto più recente di una storia che sta investendo una parte del centro abitato e dalla quale deriva un insegnamento utile: è ancora possibile mirare a trasformazioni urbane qualitativamente importanti nelle città italiane. Certo a condizione di scrivere un buon copione e metterlo in scena con gli attori giusti.
Gli antecedenti della storia della biblioteca centrale di Pesaro sono costituiti da vicende lontane e soprattutto nobili. Il complesso di San Giovanni è collocato nel quadrante nord-occidentale del centro: un’area che rispetto alla città storica ha una connotazione di marginalità, topografica e ancora di più culturale. Sconta, infatti, l’essere situata non già nel quadrangolo della città antica, dove tuttora risiedono la gran parte dei civici poteri forti, bensì in un’addizione voluta nel primi decenni del XVI secolo da Francesco Maria Della Rovere, signore della città. Il duca, che si procacciava di che vivere, come comandante generale delle forze di terra di Venezia, ebbe l’idea di trasformare l’oblungo quadrilatero di fondazione romana, dal quale ormai debordavano borghi fuori porta, in una forma urbana più consona alle idee del momento: un bel pentagono.
Per creare le nuove mura si dovette però abbattere una chiesa con annesso convento, dedicata appunto a San Giovanni; come riparazione, il duca avviò a sue spese, in una zona sin lì ad orti, l’erezione di una nuova chiesa, il cui progetto venne affidato all’architetto di corte: Girolamo Genga. Quest’ultimo, da giovane, aveva fatto parte della cerchia di Raffaello a Roma, dove si era imbevuto della cultura classica antica del periodo, per essere poi richiamato da Francesco Maria a dirigere le principali fabbriche ducali. Genga fece un buon lavoro, impostando un edificio sacro carico di memorie antiche; a scarseggiare non fu perciò il talento, quanto, come accadeva con frequenza nelle piccole corti italiane, la finanza. Iniziato negli anni Venti del Cinquecento, l’edificio raggiunse l’altezza del primo ordine con il Genga in vita, ma fu il figlio Bartolomeo a dirigerne il completamento cinquant’anni dopo.
Ancora più lenta fu la costruzione del convento attiguo: solo una piccola porzione sorse insieme alla chiesa; la parte maggiore, dove è ora alloggiata la biblioteca, venne eretta nella seconda metà del XVII secolo, ed un ulteriore ampliamento data al secolo successivo.
L’addizione urbana roveresca non ebbe gran successo di nuovi insediamenti: così il convento non divenne mai una struttura di particolare richiamo; in età napoleonica ne venne sottratta la proprietà all’ordine religioso di appartenenza.
Cui non tornò più, giacché con l’unità fu acquartieramento militare e nel Novecento sede del distretto di leva. Caduto anche il vincolo militare negli anni Sessanta, l’edificio passò di proprietà al comune, che ne proseguì l’itinerario di degrado, adibendolo a deposito di materiali dismessi e collocando, in quello che fu il grande refettorio, la rimessa, nonché officina, per gli automezzi del servizio lavori pubblici. Il processo di damnatio memoriae era giunto a conclusione ed il convento ducale riconosciuto come garage comunale. Sin qui la storia antica.
Quella più recente ha inizio nel 1998, quando Oriano Giovanelli, sindaco della città, ha l’idea di far redigere un progetto di riuso del convento. Per ovviare alle solite insufficienze finanziarie e ad una normativa in quel momento confusa in merito all’assegnazione d’incarichi di rilievo, il sindaco fa la proposta di coinvolgere, nella redazione del progetto, un istituto privato, il quale opera da tempo nel territorio pesarese con interventi di studio e riqualificazione del patrimonio storico: la Fondazione Scavolini. La quale accetta e di conseguenza si redige un protocollo d’intesa fra i due enti, con il quale la Fondazione si impegna a donare al Comune il progetto definitivo per il recupero del complesso di San Giovanni e del suo giardino; complesso che all’epoca non ha ancora destinazione, se non quella generica di centro sociale. La realizzazione della nuova biblioteca centrale della città era infatti già preventivata, ma in un differente edificio storico.
Per assegnare l’incarico progettuale, la Fondazione Scavolini avvia una rapida selezione fra professionisti che avevano fornito prova di particolare sensibilità in interventi di recupero d’edifici storici; al termine l’opera viene commissionata in forma congiunta agli architetti Danilo Guerri e Massimo Carmassi; a Franco Panzini viene assegnato il disegno delle aree verdi. L’itinerario diviene da quel momento quello dei progetti pubblici: viene predisposto il progetto preliminare, che è approvato dal Comune, e poi il definitivo, la cui redazione è opera del solo Guerri, giacché Carmassi si è nel frattempo ritirato per i troppi impegni progettuali del suo studio. Nel 1999 il progetto definitivo dell’intervento è consegnato al Comune.
Se l’intera iniziativa era sin lì stata vissuta sotto il segno della speranza civica, giacché non si profilavano vie prossime di finanziamento dell’intervento, tutto muta quando si apre l’imprevista possibilità dei fondi statali stanziati per il giubileo del 2000, e non ancora assegnati. Il Comune, quando si apre l’opzione di avere finanziati progetti velocemente appaltabili, decide di mettere in gioco il San Giovanni; la presenza di un progetto pronto, ma paradossalmente anche la ancora indefinita funzione, si rivelano carte vincenti. San Giovanni (provvisoriamente riciclato a luogo di sosta di pii pellegrini) ottiene un finanziamento statale, da affiancarsi ad una rilevante quota di finanziamento comunale.
Dopo decenni d’ozio, i tempi della storia per il San Giovanni si fanno frenetici. Viene completato il progetto esecutivo e appaltato l’intervento, per la cui ultimazione, la legge di finanziamento delle opere giubilari prevede tempi rispettabili solo con diretti interventi ultraterreni. Ma correva l’anno santo. Per il San Giovanni inizia il cantiere con grande lena, per imbattersi subito in continue avversità; i funzionari comunali fanno l’amara scoperta che l’impresa appaltatrice ha insanabili problemi interni.
Con coraggio l’amministrazione comunale, che rischia di perdere i finanziamenti pubblici, rescinde il contratto e affida il completamento ad una nuova impresa; questa volta con maggiore fortuna, cosicché parzialmente entro il 2000 e integralmente entro l’inizio del 2001 le opere preventivate vengono completate.
Solo allora l’amministrazione comunale, a fronte di un edificio già recuperato, e che presenta caratteristiche distributive e funzionali del tutto compatibili ed anzi apprezzabili, fa la scelta di collocare lì la biblioteca cittadina centrale. Si avvia allora un nuovo intervento di riconversione, o meglio di affinamento di quanto fatto, soprattutto per quanto concerne impianti, percorribilità degli ambienti, risanamento dall’umidità. Nel giugno 2002, collocati anche gli arredi interni la biblioteca si apre e la città scopre con stupore un nuovo brano di città, laddove era prima un abbandonato insieme di edifici in rovina.
La scoperta è fortemente aiutata da un segno progettuale che non si è limitato al recupero dell’esistente, ma gli ha aggiunto un senso contemporaneo; quel senso che l’edificio aveva integralmente perso nelle vicende delle sue tante trasformazioni. Il complesso su due piani che contiene al suo interno la biblioteca è infatti segnato da interventi progettuali i quali caratterizzano fortemente l’edificio all’interno, ma soprattutto al suo esterno.
Due nuovi accessi sono stati configurati alle estremità giustapposte: il principale è costituito da un’alta asola vetrata aperta nella cortina muraria del prospetto del convento che aggetta sulla principale via di accesso: l’asola echeggia le forma degli arconi termali, ‘all’antica’, che segnano il prospetto dell’adiacente chiesa di San Giovanni.
L’arcone vetrato della biblioteca è visibile dalla strada a poca distanza dalle analoghe forme murarie volute dal Genga. Questo genera un forte impatto che segnala con decisione l’ingresso; ma insieme questo riflesso in forme contemporanee di un elemento formale, che già nell’uso cinquecentesco rimandava ad altre situazioni, genera un forte senso di complicità colta in chi sappia coglierlo.
L’accesso secondario, all’estremità opposta dell’edificio, avviene invece attraverso un corpo aggiunto in vetro e legno, all’interno del quale è stato collocato uno spazio caffè con ballatoio: un “caffè letterario” che accoglie i visitatori della biblioteca. Lungo tutto lo svolgimento del corpo della biblioteca, che ha una configurazione a L, a cingere uno spazio verde che ospitava in passato gli orti del convento, è stato aggiunto all’edificio un lungo porticato con capriate in legno e copertura trasparente: una passeggiata pubblica protetta, alta quanto l’edificio stesso, che media il rapporto delle sale della biblioteca con l’esterno.
L’interno, su due piani tranne che in corrispondenza dell’accesso principale, dove è stato collocato uno spazio a tutta altezza che funge da distribuzione per i due livelli, conserva la partizione antica. Le principali sale di lettura, sovrapposte, sono collocate nelle due maggiori aule del complesso: la capitolare ed il refettorio. Al piano superiore, la presenza di un lungo corridoio, che in passato dava accesso alle celle dei monaci, ha dato lo spunto per una sistemazione di grande effetto, che evoca nelle forme compositive le biblioteche storiche. Il lungo spazio, illuminato dall’alto, è stato suddiviso attraverso ballatoi metallici e in legno in due livelli sovrapposti in cui sono collocati tavoli di consultazione e studioli singoli.
Nel medesimo complesso conventuale dove è la biblioteca, sono stati ricavati e distribuiti in due distinti nuclei, anche un certo numero di alloggi convenzionati, i quali danno all’insieme quella continuità di uso, che rende il luogo una parte viva di città.
Non tutto è però terminato: restano ancora da sistemare gli spazi esterni. Per il principale, lo spazio verde cinto dal corpo angolato del complesso, c’è un primo progetto: redatto però quando l’edificio non era ancora stato destinato a biblioteca, e che necessita quindi di aggiornamenti consistenti. Questo ambito sarà giardino pubblico, aperto al quartiere; ma esiste anche un secondo spazio aperto, perimetrato e ben controllabile, che potrà invece divenire il giardino interno della biblioteca, così da creare una stanza di lettura all’aperto nel verde. In adiacenza a questo secondo spazio è inoltre il brano storicamente più antico del convento, coevo e adiacente con la chiesa cinquecentesca dei Genga. Su questa parte, che si svolge all’intorno di un chiostro, non sono ancora stati fatti progetti di utilizzo futuro, ma certamente questo ambito offre una riserva di importanti spazi per il possibile futuro ampliamento della biblioteca stessa.

Franco Panzini