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Spazi di ri-significazione

Il percorso creativo di Simone Subissati

Nel percorso creativo dell’architetto Simone Subissati alcune opere possono essere lette come componenti di un progetto più ampio e complesso, a cui egli lavora come ad un processo di ricerca basato su tappe successive. Si potrebbe sostenere che esso rappresenti una sorta di campo sperimentale per una sua personale riflessione teorica su alcuni dei temi fondamentali della disciplina nella interpretazione dello spazio architettonico. Una indagine ad ampio spettro, il cui dato di originalità scaturisce da una posizione intellettuale ed insieme artigianale del fare architettura; un avanzamento nella ricerca, che affonda le sue radici nel campo di esistenza della storia dell’architettura e muove verso territori di esplorazione propri della modernità; una rivisitazione dialettica della sintassi, della grammatica e della punteggiatura dei temi svolti dalle avanguardie dell’ultimo secolo; ed una coraggiosa presa di posizione rispetto alla retorica di certi movimenti di tendenza dietro alla quale spesso si cela il vuoto di una coscienza critica del progetto.
Il processo avviato dall’architetto si fonda sulle variazioni possibili delle categorie concettuali applicate ai progetti in questione. Riprendiamo dalle sue stesse parole il riferimento continuo al concetto di memoria attraverso la quale i codici espressivi relativi alle forme archetipe e al lessico degli ordini vengono estratti dal loro contesto, privati del loro significato originario e ricollocati nello spazio mediante lo scollamento tra significante e significato, tra forma e funzione. L’architetto smonta cioè concettualmente e fisicamente i sottosistemi e i componenti dello spazio architettonico, li analizza, li modifica, affida ad alcuni di essi nuove strategie e poi li rimonta adottando un canovaccio compositivo che lascia leggere il procedimento complesso e quasi mai didascalico. Così, nella soluzione di ArteCasa-Venturi lo svolgimento di questa operazione attribuisce alla modanatura del soffitto il ruolo di object trouvè tagliato mediante la simulazione di un assemblaggio spaziale successivo. E se da un lato ciò provoca nell’osservatore spiazzamento e disorientamento, dall’altro, la plasticità, il chiaro-scuro e le vibrazioni di luce lo riconducono verso un orizzonte figurativo meno desueto. In questo modo, in un primo tempo egli viene spinto ad interrogarsi sul significato delle forme e sul legame con il loro contesto temporale e spaziale, ma subito dopo viene indotto ad apprezzarne le loro caratteristiche più legate alla sfera della percezione e allo scopo ricreativo dello spazio progettato.
Il metodo di fondo non cambia nella realizzazione delle altre opere. Il processo creativo si avvale degli stessi strumenti. La diversità emerge semmai dalla scelta del tema da declinare  in base alla specificità dell’oggetto progettuale. E allora, nel Ristorante Inkanta la scomposizione dello spazio avviene attraverso la smaterializzazione delle superfici delimitanti. Una parete diventa interamente di cristallo, il soffitto si trasforma in un panneggio ondulato attraverso il quale filtra, rendendolo più etereo, la luce delle lampade. E a terra, infine, il tema del riuso dell’’oggetto trovato sul posto si fonde con quello della precarietà, del non finito, che accetta, nella composizione delle ceramiche del pavimento, la provvisorietà del patchwork formato da elementi appartenenti a momenti diversi della storia di quello spazio.
La stessa operazione si ripete nel disegno del pavimento del Centro estetico Gran Jetè, dove l’irregolarità geometrica della giustapposizione di parti di una superficie lignea, sembra il risultato di una provvisoria e parziale sovrapposizione rispetto ad un precedente strato costituito da un mosaico di piastrelle. Mentre il ‘riuso’ degli elementi e la loro ‘ricollocazione’ a prescindere dal ruolo originario, si rinnova mediante un’ulteriore variazione sul tema. Il ‘principio scompositivo’ viene applicato alla parete di stucchi, la quale appare come la metamorfosi di un soffitto cassettonato che sfida la legge di gravità disponendosi in posizione verticale nello spazio. È questa una scelta che svela anche il lato ludico dell’approccio progettuale dell’autore, una tonalità speciale che arricchisce e completa i temi di fondo ed attraversa come un motivo ricorrente le diverse opere. Un gioco evidente in modo particolare nella credenza-parete attrezzata, nel bancone e nei cubi delle sedute esterne del ristorante Inkanta, nella balaustra di Venturi e al Plaza Cafè, dove si assiste ad una originale dialettica fra il bancone ottenuto dalla giunzione di due parti differenti, espressione di un’operazione artigianale self-made, e la massa plastica del retro banco la cui soluzione vede assottigliarsi, quasi fino a sparire, la differenza rispetto alla ricerca condotta dall’architetto nel trattamento delle superfici esterne.

Paolo Torricini

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