MENU

Tavole d’architetto

Il legno lamellare nelle opere di Danilo Guerri

martedì 15 giugno 2004

Caro Franco,
quando hai deciso che dovessi essere io stesso a commentare le immagini del mio lavoro scelte per il prossimo numero di Progetti ho scelto di farlo scrivendoti una lettera. Parlare di se stessi comporta fatalmente le trappole dell’autoreferenzialità o peggio della falsa modestia. Mi aspetto che tu mi aiuti a scansarle queste trappole e che tu pubblicherai di quanto scriverò quello che credi, fidando della tua sensibilità e amicizia. Ho utilizzato il legno, per costruire, da subito, dalle prime case.
A Milano, dove ho frequentato il biennio di Architettura, Casabella faceva omaggio alle matricole di un numero della rivista.
A me capitò quella che, oltre al palazzo dell’Unesco, a Parigi, pubblicava lavori recenti di Gino e Nanni Valle e in particolare la casa di Sutrio, con bella evidenza. Fu una rivelazione. Non esagero. È stata la più bella e opportuna lezione di architettura che mi potesse toccare. Quel numero di Casabella fu la mia bibbia, insieme a “Saper vedere l’architettura” di Zevi e due libricini dell’Astra Arengarium: uno su Le Corbusier, l’altro su Gaudì.
Quando ristrutturai la mia casa di Falconara, che non ho più, ma che tu conosci, avevo in mente la casa di Sutrio. La copertura era costituita da un padiglione a quattro falde su pianta quadrangolare. Eliminai il muro di spina esistente e scaricai il tetto sui muri d’ambito, mediante quattro capriate palladiane incrociate, come nella casa di Valle; lo spazio così organizzato, a quinconce, si articolava grazie a due volumi, del camino e dell’alcova, disposti lungo le giaciture delle capriate. Quando Ridolfi visitò la casa, la prima volta, alzò gli occhi al cielo e cantilenò: “…Poggibonsi, Poggibonsi…”
Non era vero, ma non si sbagliava. L’asilo di Poggibonsi e quello di Ivrea e quello di Treviso – non costruito – li conoscevo bene. Li scoprii precocemente, sempre grazie a Casabella, qualche numero dopo, e dopo aver fermato l’interesse sull’astro nascente di Louis Kahn, introdotto dal libro di Scully, recensito ottimamente da Tentori su Casabella e opportunamente annunciato da Bruno Zevi con una bella analisi dei laboratori Richards di Filadelfia su di un numero dell’«Espresso», nel ’59. Hai mai notato come siano kahniani Ridolfi e Frankl negli asili o nelle case di Terni (Franconi, Briganti,…) e ridolfiano Kahn negli spogliatoi a Trenton o nelle case di Mill Creek a Filadelfia.
Scherzo. Sempre precocemente scoprii l’omologo americano di Ridolfi: “Five California architects”, Esther McCoy, ripetutamente avuto in prestito dalla biblioteca dell’U.S.I.S. (c’è ancora?), quello straordinario Bernard Maybeck, amato in California, poco noto qui da noi.
Bernard Maybeck, autore, oltre che della splendida chiesa scientista a Berkley, di fantasiosi e originali edifici di ogni tipo: uno per tutti il palazzo dell’arte per l’esposizione di S.Francisco del 1913 che compare in ogni film girato in quella città, progettò per Phoebe Hearts una grande aula per ricevimenti ad archi ogivali in legno lamellare di sua invenzione già nel 1899. E qui veniamo al nostro tema, il legno, e, in particolare, il lamellare. Mi accorgo, nello scrupolo di citare le fonti d’ispirazione, di aver consumato buona parte dello spazio che la rivista mi avrà messo a disposizione, né ho di certo finito di riconoscere i miei debiti. Come non citare gli Inglesi, ad esempio, da Morris a Machintosh, a Lutyens e poi Stirling e Leslie Martin e la sua cerchia (c’è una bellissima casa a Cambridge di Colin St Jhon Wilson che ho guardato molto) e Ralph Erskine… non finisco più…
Le immagini che compaiono nella rivista riguardano i cantieri più importanti: il teatro di Ancona, con Paola Salmoni, la biblioteca di Pesaro, con Massimo Carmassi, ma anche dei piccoli lavori: la casa di Marcello Ambrosi a Civitanova, alcuni padiglioni nel complesso di Villa Sorriso a Senigallia e la casa Frittelli a Varano – Ancona.
Nel teatro di Ancona ho utilizzato il lamellare, come soletta portante in modo esteso. Oggi è prassi comune, all’inizio degli anni ’80, no.
La documentazione a corredo mostra l’uso del lamellare per strutture importanti e ne accenna l’impiego in condizioni ordinarie.
Nella casa Frittelli il lamellare è fatto in casa, incollando più strati di tavole in verticale, trapassate su due file da caviglie in legno.
Con i fratelli Mentrasti, falegnami bravissimi, abbiamo fatto diversi esperimenti, tra cui pannelli pieni a tre strati incrociati, utilizzati per porte e sportelli di armadi, oggi di produzione corrente.
Frittelli era un agente marittimo e il fornitore di legname un suo amico; il quale, incredulo che tutto il legno fornito fosse effettivamente usato per la casa, volle venire a vederla. Se ne andò rassicurato che Frittelli non si fosse messo a commerciare legno, in proprio.
Ridolfi visitò la casa: la scala in calcestruzzo a vista era stata armata con una cassaforma molto raffinata, fatta dai Mentrasti e gettata e manipolata da un bravissimo muratore, Primo Fioretti, finita in calcestruzzo faccia vista, senza altri materiali.
Ridolfi leccò il cemento della soletta, esclamando: ”ma questa è cioccolata!…” intendendo che il calcestruzzo andava fatto con l’opera dei carpentieri, non dei falegnami: sega circolare, martello e chiodi…
Al ritorno dalla visita, in macchina mi ammoniva: ”Tu fijo sei più complicato di me…sei troppo complicato…”
Io replicavo come la semplicità fosse un traguardo, non un punto di partenza.
E lui… ”Sì, sì, ma c’hai quarant’anni, quando impari?
Grazie e a presto

Danilo

mercoledì 16 giugno 2004

Caro Danilo,
oggi, mentre chiudiamo il nuovo numero di Progetti-Ancona, è arrivata in redazione la lettera che mi hai inviato. Colta e emozionante come sei tu. Da quando insieme abbiamo scelto le fotografie che illustrano le pagine che seguono, mi frulla in mente un’immagine che, del tutto inconsciamente, ho subito associato alle viste dei tuoi legni. Si tratta della capannuola retta da tronchi d’albero, che Laugier pose in copertina del suo “Essai sur l’architecture”. Il buon gesuita consigliava, alla metà del XVIII secolo, che dopo la straripante gozzoviglia di forme del rococò, si guardasse un pò indietro per recuperare vigore al fare architettura. E a mo’ di slogan, proponeva una forma archetipa: quella del cosiddetto modello naturale, offerto da una capanna retta da nodosi tronchi d’albero ancora fronzosi.
Quell’itinerario di sedimentazione, che Laugier indicava ai fin troppo creativi architetti del periodo, è un pò il percorso che le tue opere suggeriscono. Dopo la stagione dell’insaziabile confronto con le forme, hai trovato negli anni più recenti (pur senza nulla perdere della tua innata esuberanza), un vigore progettuale capace di rivolgere il fiorire delle tue immaginazioni, alla costruzione di architetture solide e permanenti, ma insieme evocative e sognanti. Capisco ora perché le tue straordinarie capriate mi hanno portato alla mente la capanna archetipica di Laugier: per la tua capacità di inventare forme così nuove, da sembrare antiche.
Salutami Federica

Franco

  • Tavole d'architetto
  • 1342g
  • 1343g
  • 1344g
  • 1345g
  • 1350g
  • 1351g
  • 1352g
  • 1353g
  • 1355g
  • 1356g
  • 1357g