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Tra artigianalità e modernità:

Come reinventare una casa colonica nel Maceratese trasformandola in una residenza extraurbana nel rispetto di una tradizione che non c’è

Intervento: ristrutturazione casa colonica
Luogo: provincia di Macerata
Progettisti: progetto architettonico: arch. Danilo Guerri; collaboratori: geom. Alberto Pozzi,
arch. Cristiana Neri, arch. Paolo Vissani, arch. Federica Paladini, arch. Giulia Mosci, arch. Matteo Sarti, Nicola Guerri. progetto strutturale: ing. Moreno Binci; DL: ing. Edoardo Cecarini
Anno di redazione del progetto: 1997-1999
Anno di realizzazione: 2000-2005
Impresa esecutrice: Haarlem immobiliare srl
Dati dimensionali dell’intervento: sup. costruita: 890 mq; vol. fuori terra: 1600 mc

Foto: Alberto Guerri

M’è sempre toccato, ma in questi anni più sovente, di metter mano a edifici esistenti e, tra questi, a case coloniche. Nelle Marche, e forse in tutta Italia, le case coloniche sono destinate a diventare per intero residenze extraurbane e quindi da azienda-casa, più o meno semplice, comunque costituita da più corpi di fabbrica, adibiti alle funzioni più varie (magazzini, ricoveri di attrezzi, stalle, porcilaie, pollai, conigliere, sili, letamai…) quasi tutte vengono trasformate ad un uso prevalentemente residenziale. Quando le case, ordinariamente articolate in più corpi di fabbrica, hanno spazi doviziosi e le fabbriche sono semplici, ben costruite e ben mantenute, la trasformazione può essere agevole e rispettosa e il risultato eccellente, soprattutto ai fini d’una conservazione colta sia dei manufatti che dei paesaggi che essi contribuiscono a formare. Molto più spesso questi edifici sono molto poveri e allo stremo della vita fisica; costruiti su terreni di sabbione ma molto più spesso su suoli argillosi e quindi semipermeabili, soggetti a gonfiare o abbassarsi di continuo in rapporto al regime delle acque. Fondati superficialmente, sono per lo più fortemente fessurati e gonfi di umidità di risalita. Ciò nonostante punteggiano il paesaggio in modo armonico e ne improntano la scala. Oltre alla forma costruita delle architetture, molti elementi sono connessi alla casa, dalla dimensione e forma di conduzione del podere, alla posizione della casa rispetto alle strade interpoderali e ai confini dei campi segnati da siepi, fossi, filari, muri a secco e da un ampio repertorio di segni costitutivi, che la trasformazione tende a modificare, non foss’altro perché spesso la casa viene stralciata dal podere, che resta coltivato, e ristretta e recinta in un ambito spesso limitato a poche migliaia di metri quadri. È il caso dell’oggetto della nostra attenzione: una casa colonica in una cittadina della provincia maceratese che, date le infime condizioni di conservazione, s’è dovuta ristrutturare integralmente sostituendo le murature con una struttura a telaio in cls armato (la provincia di Macerata è zona sismica) e i solai in legno rifatti in laterocemento. Al piano terreno le fondazioni a travi rovesce sono state collegate tra loro da solette gettate su casseforme perse del tipo “igloo”, appoggiate su un magro di pulizia, con intercarpedini convenientemente ventilate. La copertura è a due falde su capriate in cls. Le falde sono costruite in soletta compatta di legno lamellare raccordate, al centro, da solette curve in cls a vista. Particolare cura è stata riservata ai solai di copertura di parte del piano terreno, realizzati con casseforme perse in laterizio in cui i fondelli dei travetti gettati in opera sono a vista, ottenuti variando l’altezza della spillatura nelle “paccarelle” che la fornace Smorlesi di Montecassiano ci ha cortesemente fornito e l’alleggerimemento tra i travetti realizzato a cappuccine o voltine, sempre laterizie, della stessa fornace. I regolamenti relativi ai paramenti murari delle case coloniche privilegiano le costruzioni di murature di mattoni a vista, con prevalenza di pieni e uso di cornici tradizionali, in un novero di tipi ricorrenti. Spesso le case tradizionali risultano avere le murature a vista, perché gli intonaci, sovente scialbi di mezzo centimetro di spessore, sono caduti e le murature, quasi sempre di pezzame vario, sono state ristilate e lasciate a vista. Si costruisce così un tipo ideale di casa rurale, ideale per significare che non è mai realmente esistito… Ma tant’è: questi sono i criteri graditi alle autorità tutorie. Noi, che l’uso dei mattoni l’imporremmo per legge (scherzo!) ci siamo adeguati a questa predilezione dei tecnici addetti e delle commissioni edilizie, utilizzando mattoni di recupero, mondati delle magre malte con cui erano murati, ma senza pulirli troppo: ad esempio lasciandoci la fumigatura qualora provenissero da canne fumarie o i residui di scialbatura, particolarmente pervicaci, specialmente gli scialbi fossero fatti con calce e pozzolana, frequenti sulle Marche centrali e meridionali. Tra i mattoni recuperati, o comprati da demolizioni, un certo stock era costituito da mattoni rossi, a mano, di misura costante 5 1/2 – 13 – 26. Con questi mattoni, interi e murati a correre, abbiamo fatto lo spiccato al piano terra e al primo piano, oltre che in corrispondenza delle soglie, in doppia fila. La dimensione e la posizione delle finestre è stabilita da questa modulazione nello spaccato di piano. Le spalle delle finestre sono pilastrini a due teste, poiché la mazzetta è profonda due teste in virtù della scelta di portare l’infisso a filo muro interno, in modo da utililizzare come oscuramento, delle persianine ripiegabili alla francese, un tempo prodotte in Italia dalla Mischler, a Novara e tuttora ivi prodotte dalla Ital-Jolly, o da altre, che da quella ditta derivano. Le persiane ripiegabili sono contenute nello spessore del muro e questo è molto bello, direbbe Ridolfi, perché così si mantengono a lungo. Il resto del muro è fatto utilizzando, tout-venant, i mattoni di vario formato e i pezzi recuperati dalla casa esistente badando soltanto a scontrare i giunti verticali. In corrispondenza alle finestre la muratura superiore è sorretta da architravi armati in cls, arretrati dal filo esterno e finiti all’intradosso con una fila di mattoni interi, di punta, attaccati mediante perni in acciaio inox all’architrave nascosto. Questo ordine generale nello spaccato, la presenza di file marcadavanzale evidenziata dalla regolarità del mattone murato su doppia fila intero, la forma delle soglie, le spalle intessute a due teste e sciolte dal pannello pieno da spalla a spalla e soprattutto il dettaglio tra il timpano murario e la cornice di coppi-canali secondo la massima pendenza, lievemente aggettante e poggiata su una fila di mattoni di pancia che rifinisce i ricorsi tagliati a pendenza e, in gronda, innesca la cornice di mattoni a coltello sotto i coppi; tutta questa serie di dettagli si avverte distintamente da parte di un occhio attento, nonostante sia dissimulata dall’unitarietà del materiale. Ultima nota sulla recinzione: il fronte sud della casa è recintato, verso la strada da un muro alto a mattoni che sarebbe piaciuto a Le Corbusier, che aveva in odio, in terreni in pendenza, le recinzioni a dente di sega. I cancelli, dell’ingresso e del garage, in ferro, meritano un viaggio. Meritano pure un viaggio l’ex silo del grano, diventato una torricella finita con una terrazza incassata i cui livelli – 3 – si raggiungono mediante una scala cilindrica rivestita di pianelle sormontata da una lanterna in vetro-cemento e ferro oltre la terrazza. E ancora ed infine la copertura del porticato dell’annesso, alla fornaciara e con una struttura in legno lamellare degna anch’essa di un viaggio.
Danilo Guerri

  • Tra artigianalità e modernità
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