MENU

Urbanesimo dolce e Italian way of life

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, il saggio di Aldo Bonomi in L’Expo di Shanghai 2010.
Il Padiglione Italiano. La città dell’uomo. Vivere all’italiana, edito da TriennaleElecta.
Il volume contiene le immagini fotografiche del Padiglione Italiano realizzate da Gabriele Basilico.

Aldo Bonomi ha fondato e dirige il Consorzio AASTER, un Istituto che si occupa di ricerca sociale, economica e azioni di sviluppo locale. È direttore della rivista “Communitas” e cura la rubrica Microcosmi su “Il Sole 24 Ore”. Con uno sguardo unico nel panorama italiano, fatto di attenzione alla mutazione antropologica nel confronto tra locale e globale, ha sviluppato un’intensa attività pubblicistica, editoriale e curatoriale che si declina in pubblicazioni, mostre, eventi e progetti dedicati alla trasformazione urbana, al cambiamento della composizione sociale, all’affermarsi delle nuove forme di cittadinanza e di disagio. Fa parte del Comitato Scientifico della Triennale di Milano. 

Italia e Cina. Microcosmi e macrocosmi che si incontrano, non più sulla via della seta, ma su quella della globalizzazione. Momenti che scavano nella nostra identità, se ci è chiaro che l’identità sta nella relazione, non nel rinserramento. È questa la filosofia che ci ha guidato in Triennale quando abbiamo collaborato all’ideazione del Padiglione Italiano per il grande evento che ha come tema Better City, Better Life. In Italia, ci siamo detti, si producono ancora cose, in un mix tra cultura urbana e cultura del contado, che fa sì che sul territorio si realizzi quel piccolo miracolo che chiamiamo made in Italy, fatto di oggetti, simboli che si fanno merce, elementi distintivi di quel nodo gordiano tra cultura materiale e cultura alta, tra primo e secondo popolo al lavoro, che ha avuto nel periodo rinascimentale il suo zenit. Le suggestioni di quel periodo storico collocano il nostro tra i grandi paesi del mondo, esponendoci al rischio di idealizzare oltre misura un passato aureo ma anche, d’altra parte, di alimentare la sindrome da declino che spesso ci prende, tanto più in tempi di crisi come questi che stiamo vivendo. Realisticamente, ci siamo chiesti come rappresentare in Cina l’eccellenza dei piccoli numeri, se paragonati ai loro, evitando la trappola del piccolo è bello che ci prende sempre, ogni qual volta rapportiamo l’economia italiana alla globalizzazione. Una sindrome che si supera se ci si percepisce non più come il più piccolo tra i grandi paesi ma come il più grande tra i piccoli paesi. È questo che fa del nostro capitalismo, avendo chiaro che anche in tempi di mercatismo spinto non tutti i capitalismi sono uguali, un capitalismo “altro” rispetto ai due modelli emergenti a livello mondiale: quello neofordista del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), che si regge sulla commistione tra delocalizzazione, materie prime e produzioni locali e forze lavoro abbondanti a basso costo, e quella high-tech dei paesi più avanzati, con investimenti che ci fanno arrossire, e spesso vergognare, nella ricerca e nello sviluppo. Il made in Italy è a metà strada, con le sue specificità di capitalismo di produzioni complesse che spesso opera in settori produttivi maturi – che non significa obsoleti – trovando la dimensione competitiva in filiere grandi abbastanza per l’attivazione delle risorse produttive e abbastanza piccole per non costringere le imprese alla global production. Esercitiamo così una leadership di nicchie globali, ma non un’oligarchia di mercato nei prodotti per la persona, in quelli per la casa – siamo il Salone del Mobile e non l’Ikea – nei settori del tessile, abbigliamento, calzaturiero, nella meccanica leggera, partecipiamo con Fiat al Risiko globale del ciclo dell’auto. E, per finire, siamo eccellenti nelle trasformazioni agroalimentari. Produciamo cose, insomma, per i nuovi mercati, con punte di eccellenza fatte di brand universalmente noti. È un secondo made in Italy più diffuso, meno noto e celebrato, ma non per questo in deficit di espansione. Tutto questo è rappresentato a Shanghai nel Padiglione Italiano. Il primo e il secondo made in Italy delle nostre medie imprese che fanno filiera con i piccoli, anche loro orientati all’export. Questo siamo e da qui occorre partire. Con un piccolo vantaggio competitivo, dato dalla nostra storia rispetto al tema dell’Expo di Shanghai, che può essere tradotto nello slogan. Una città migliore permette una vita migliore. Molto attuale, visto che, secondo le statistiche, il 23 maggio 2007 la popolazione che vive nelle città ha superato quella delle campagne. Si delinea il tema di un nuovo urbanesimo. E qui abbiamo qualcosa da dire e da mostrare: siamo il paese delle cento città; da noi il conflitto tra città e campagna, che riguarda aspramente la Cina e non solo, si è evoluto attraverso una transizione dolce. In economia mixando agricoltura e manifattura nel metal mezzadro dei distretti, nella società producendo la retorica del vivere all’italiana: mangiar bene, vestire con stile, abitare bene, con una buona coesione sociale. Retorica dell’Italietta, si dirà. Se si va oltre ci si accorgerà che il tema del vivere all’italiana può essere messo in mezzo a un problema affatto retorico: alla crescita disordinata delle megacity, Shanghai ne è un esempio, si può contrapporre un modello di crescita in grado di privilegiare la qualità della vita delle persone. Dibattito che attraversa gli economisti, gli urbanisti e i sociologi sul valore del Pil contrapposto al Piq (prodotto interno qualità), accentuato dallo stretto passaggio della crisi che ci fa riflettere attorno a due pulsioni dello sviluppo: quella della crescita senza limiti, decantata negli ultimi anni di turbocapitalismo, e quella dei limiti senza crescita della gelata della crisi. L’Expo, oltre che marketing di economie e nazioni, è anche un momento di riflessione collettiva sui destini e i limiti dell’umanità. Partendo dall’Italia dei Comuni, passando per la città ideale del Rinascimento fino all’Italia delle cento città, si arriva, seguendo il filo rosso dell’urbanesimo senza fratture, alle metropoli dolci del vivere all’italiana e alle piattaforme produttive del made in Italy. Per questo, con un po’ di patriottismo dolce, si è cercato di rappresentare l’Italia, in quel parco a tema globale che è l’Expo di Shanghai, non con la potenza dei grandi numeri o della tecnica, ma con la forza debole del made in Italy e con la qualità problematica del vivere all’italiana.

Attorno a un tavolo, per pensare la Città dell’Uomo

Oggi sono cronaca le lunghe file di visitatori che aspettano di entrare nel Padiglione Italiano all’Expo, ma la riflessione su come rappresentarvi l’Italia era partita da lontano: precisamente, nell’estate del 2008, quando l’Alto Commissariato del Governo Italiano per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010 aveva affidato alla Triennale il compito di elaborare il concept del Padiglione che avrebbe rappresentato il nostro paese a tale evento. Ci siamo così seduti attorno a un tavolo, con alcuni dei più importanti intellettuali del paese, per ragionare e confrontarci su quale senso e quale immagine l’Italia avrebbe potuto restituire alla Cina e al mondo.
Ho il ricordo di discussioni avvincenti e stimolanti, in cui si era partiti, innanzitutto, da una riflessione comune relativa a una dimensione urbana a misura delle persone che la abitano, dei loro bisogni e delle loro aspettative. Una prospettiva, questa, che prende le basi dalla lunga tradizione urbana del nostro paese. È dalle città italiane, del resto, che è nato il modello culturale che ha profondamente influenzato lo sviluppo delle società occidentali e, poi, del mondo. Non tanto come urbs – luoghi fisici dell’insediamento umano complesso – quanto piuttosto come civitas – comunità d’individui che appartengono a uno spazio presso il quale sviluppano un forte radicamento in grado di stimolare un circolo virtuoso di partecipazione, protagonismo, solidarietà e dinamismo. Quello urbano è uno degli ambiti in cui appare più evidente e distintiva, rispetto ad altri modelli di sviluppo, la continuità della dimensione territoriale. Un modello, in altre parole, in grado di tenere assieme in un’evoluzione senza conflitti la dimensione urbana con la dimensione del contado, anzi, riuscendo a contaminare il contado con la cultura urbana e, di converso, la cultura urbana con la dimensione comunitaria della campagna. In questo senso, la città non è più un agglomerato chiuso, circoscritto da muraglie difensive e distinto da altri luoghi, come ad esempio avveniva in epoca comunale. Al contrario, è un continuum senza confini rigidi, una forma diffusa, poliarchica e policentrica di città. Del resto, è proprio intorno alle porte metropolitane – reali o simboliche – del sistema, come Venezia, Firenze, Roma e Milano, che vanno addensandosi quelle “metropoli dolci” (o “città infinite”) che rappresentano, come già si è detto, la nostra via distintiva all’urbanizzazione del XXI secolo, fatta di intelligenze e centri decisionali lontani da quei modelli di megacity ingovernabili (o governabili solo in alcune enclave), spesso crogiuoli di tante miserie umane. Se una prima possibile via alla rappresentazione del paese attiene al suo peculiare urbanesimo capace di conciliare città e campagna e, nel contempo, di proiettare territori nel mondo, una seconda via alla rappresentazione dell’Italia è quella che si lega proprio a quel peculiare mix tra cultura urbana e cultura del contado e realizza quel piccolo miracolo chiamato made in Italy. Un miracolo fatto di oggetti e simboli-emblema della progettazione, della produzione e della fruizione di qualità. Non è una rappresentazione semplice, soprattutto in una fase di perdurante crisi economica come quella attuale, che acuisce, del resto, le difficoltà congenite a una profonda transizione che, negli ultimi vent’anni, ha cambiato notevolmente lo scenario in cui il capitalismo del made in Italy si trova a operare. Esso si è infatti trovato a fronteggiare un nuovo ambiente competitivo, cosa che ha messo in discussione, oltre alle aspettative di sviluppo e l’efficacia organizzativa, anche il senso profondo delle sue produzioni e della sua presenza sui mercati. Fatta questa premessa, ben si comprende come la via contemporanea italiana al “produrre cose” diventi essenziale, consapevoli del fatto che per il made in Italy l’Expo è un’occasione fondamentale di legittimazione per un mercato interno cinese del quale già oggi si cominciano a vedere le notevoli potenzialità. Un terzo percorso di rappresentazione è quello relativo al nostro stile di vita. Mangiare bene. Vestirsi con cura. Abitare in case gradevoli. Curare la persona. Viaggiare. Sono questi i cinque temi che, secondo il Comitato d’Indirizzo, rendono evidenti le possibili connessioni con l’immagine che i cinesi hanno dell’Italia e nel medesimo tempo acquisiscono centralità all’interno di quella che tutti gli interlocutori confermano come la “nuova” direzione di sviluppo del pianeta Cina, centrata sul mercato interno e sul tema della coesione sociale. Elementi che connaturano quello che viene generalmente definito il lifestyle all’italiana. O meglio, quegli ambiti del produrre italiano in grado di generare a better life. Qualità della vita, cioè, intesa non solo come lusso, bensì in un’accezione molto più ampia del termine, che si pone in alternativa all’idea di benessere agganciata alla mera dimensione del lavoro e del reddito, ma che indaga anche la dimensione del senso. Una ricerca di senso che avviene – attraverso una sorta di lunga deriva dell’umanesimo – usando la ragione, l’esperienza e i valori umani condivisi, da quello della famiglia, ad esempio, alla qualità delle relazioni interpersonali, sino alla capacità di investire, produrre e consumare benessere e stile. L’Italia, attraverso i suoi oggetti e le icone del suo stile di vita, dovrà raccontare la sua ricetta del “vivere bene”. Una ricetta che, per parafrasare le ben note categorie di Alvin Toffler, contrappone alla freddezza hi-tech una via hi-touch al vivere e al produrre. Laddove nelle piattaforme dove si producono cose e si vive italiano, non si realizzano solo interazioni funzionali tra i soggetti, ma vere e proprie geocomunità, in cui concetti antichi come famiglia, comunità, territorio, identità vengono stressati in uno stile di vita moderno che rimanda a forme di convivenza e tolleranza, finanche di democrazia, che precipitano non solo nella raffinatezza e nel gusto del cibo, del vestire, dell’abitare, ma nel più ampio senso del vivere italiano. Se il senso del limite che si sposa con la crescita, l’urbanesimo senza fratture delle “metropoli dolci”, il made in Italy e il lifestyle italiano sono stati i principali elementi che, nel Comitato d’Indirizzo, abbiamo percepito come il cuore tematico della rappresentazione del paese – il “cosa” del Padiglione, in altre parole – altro è chiedersi “come” rappresentarlo. Farebbe sorridere, del resto, se nel luogo ove la modernità che avanza è “parco a tema” – Shanghai con i suoi grattacieli e le sue luci e le sue architetture – si pensasse di sfidare la potenza di quel parco a tema con la potenza della tecnica degli effetti dati dal gigantismo incorporati nella rappresentazione. Concettualizzare tutti questi messaggi in una forma fruibile dal grande pubblico non è impresa facile, specie se si intende evitare lo scivolamento nei classici stereotipi dell’Italia e contemporaneamente dare vita a una rappresentazione capace di coinvolgere emotivamente il visitatore. Da questo punto di vista il valore aggiunto delle modalità di rappresentazione dei contenuti dovrà risiedere nel bilanciamento tra spettacolarizzazione, uso di linguaggi universali e possibilità di compiere un’esperienza coinvolgente sul significato del “vivere all’italiana”. Un parco a tema più high-touch che high-tech, quindi, ma forte di un modello che, seppure dolce, sa farsi potenza.
La rappresentazione dell’Italia alla prova del sistema paese
In parallelo con l’attività del Comitato d’Indirizzo, abbiamo poi deciso di allargare lo spettro delle impressioni e delle riflessioni intervistando alcuni dei soggetti che meglio rappresentano il cosiddetto “capitalismo di territorio” italiano. Quel capitalismo, in altre parole, al centro di una rappresentazione del sistema paese che guarda avanti, senza indugiare troppo sulla storia e sul passato dell’Italia. Ma che, al contrario, proprio partendo dalla stratificazione delle lunghe derive storiche dei territori, ha concorso – e tuttora concorre – a generare l’immagine di un paese tutt’altro che fermo e seduto, che si muove lungo la frontiera della creatività. Con loro abbiamo ragionato su quattro temi: la prospettiva della Cina vista dall’Italia; la visione che, allo specchio, la Cina ha del nostro paese; better city e urbanesimo dolce; e, infine, better life e stile di vita all’italiana.

La Cina vista dall’Italia

Partiamo dalla Cina vista dall’Italia. In che modo l’élite del capitalismo italiano percepisce il nuovo protagonismo cinese e le sue conseguenze per il posizionamento del nostro paese? Tutti i maggiori analisti sono concordi nell’affermare che almeno nel medio periodo anche per l’impresa italiana la Cina è destinata a divenire soprattutto un mercato da presidiare in modo diretto, anche andando oltre il tradizionale modello incentrato sul ruolo preponderante dell’interscambio commerciale. Vi sono due elementi di questo riposizionamento complessivo della potenza cinese che attengono ad aspetti più immateriali, legati a quello che possiamo definire il brand China. In primo luogo, l’appeal delle grandi metropoli cinesi, fondato sulla loro apertura a stili di vita cosmopoliti: cresce cioè una sorta di brand China metropolitano e globalizzato. Se enormi aree urbane come Shanghai si configurano come megalopoli invivibili per le masse rurali delle migrazioni interne, tendono sempre più a essere grandi macchine terziarie e dell’intrattenimento fortemente attrattive per una quota crescente, seppure ancora ristretta, di studenti, ricercatori, “legionari” del terziario globale provenienti anche dall’Italia. In secondo luogo, traspare dalle interviste una certa fascinazione sull’élite manageriale italiana da parte della velocità e della potenza espresse dal potere politico cinese nella trasformazione delle strutture economiche e sociali del proprio paese, e nella capacità di guidarlo alla riconquista di un ruolo quasi imperiale all’interno della globalizzazione. Dunque, anche se non dal punto di vista dei diritti politici e civili, il modello cinese si dimostra attrattivo dal punto di vista della governance. Prevalgono quindi valutazioni largamente positive rispetto all’efficienza delle leadership centrali e soprattutto delle authorities dei grandi parchi industriali, élites giovani e dai tratti spiccatamente cosmopoliti con una cultura manageriale europea. Se l’enorme mercato cinese rappresenta un’opportunità storica per il made in Italy, è altrettanto vero che in un contesto di recessione per la quasi totalità delle economie occidentali in crisi da contrazione dei consumi interni, la competizione per conquistare la fiducia del consumatore cinese tra le economie manifatturiere sarà accanita e crescente. In molti osservano che alcune imprese italiane stanno mostrando una spiccata capacità di adattamento ai cambiamenti che attraversano l’economia cinese, orientandosi velocemente verso  strategie di presidio del mercato interno cinese, puntando a una presenza stabile nel paese. Emergono, in questo senso, le due già citate e distinte vie all’ingresso delle imprese italiane nel mercato cinese: quella del primo made in Italy, delle grandi imprese e dei grandi marchi, che possono investire e commercializzare in Cina senza particolari problemi; è il caso, ad esempio, delle grandi griffe della moda che possiedono propri headquarters, una rete di rappresentanze e negozi monomarca, oltre agli insediamenti produttivi. L’altra via è quella del secondo made in Italy, delle multinazionali tascabili del quarto capitalismo e del sistema diffuso del sistema di Pmi italiano, valutata generalmente come una presenza debole e occasionale, vincolata a barriere d’ingresso patrimoniali troppo alte e troppo frammentata per essere accompagnata e sostenuta dalle reti istituzionali e della rappresentanza. È un fatto, del resto, che la capacità di presidiare i mercati cinesi, data la vastità di questi ultimi, preveda capacità produttive, manageriali e organizzative spesso al di fuori della portata delle Pmi. È una divergenza, questa, tra primo e secondo made in Italy che assume una grande centralità anche in fase di rappresentazione del nostro capitalismo a Expo 2010. Occorre offrire solo marchi conosciuti dai cinesi e fornire loro un’immagine dell’Italia che sostenga e rafforzi la presenza di chi in Cina già c’è? Oppure è necessario rappresentare anche quella grande parte del made in Italy che oggi fatica a presidiare i mercati cinesi, con la speranza che una simile vetrina possa veicolare l’apertura di nuovi canali di comunicazione e penetrazione? Il dibattito in questo senso è aperto, anche tra gli attori intervistati.

L’Italia vista dalla Cina

La Cina di oggi è in primo luogo una grande metropoli desiderante. Il fattore dimensionale dei processi di trasformazione in Cina diventa una variabile essenziale nel valutare le chances di posizionamento competitivo del made in Italy. Ciò che è fenomeno di nicchia su scala occidentale, nel Far East asiatico assume dimensioni di massa pur non perdendo il suo carattere d’élite. Desiderante perché oggi i ceti affluenti e cosmopoliti delle metropoli cinesi sono attratti essenzialmente verso due polarità culturali: l’American way of life, come desiderio di omologazione e inclusione nella sfera dell’affluenza, e l’Italian lifestyle come desiderio di distinzione e per mantenere un legame con la storia. I consumatori cinesi di fascia medio-alta ricercano brand di fascia alta come vettori di una forte identità e segno di status. In Cina al 2007 la crescita dei consumi di beni di qualità era circa il doppio rispetto alla crescita del Pil. C’è, insomma, una grande voglia di Italia in Cina. È un prestigio che ha radici complesse e stratificate nell’eredità di legami storici secolari che datano alla fama degli italiani come ambasciatori d’eccellenza del mondo occidentale in Cina fin dai tempi di Marco Polo e Matteo Ricci; le uniche figure di occidentali a tutt’oggi entrate nel pantheon ufficiale cinese, come testimoniato da un intervistato. È da rimarcare, tuttavia, che la percezione del made in Italy in Cina non si limita ai prodotti dell’alta moda o delle automobili di lusso. È un universo di merci, significati culturali, processi produttivi, stili di vita ecc., e ogni segmento esercita un proprio effetto traente nell’ambito delle relazioni tra i due paesi. C’è anzitutto un made in Italy che attrae le élites fatto di design inteso come modello di cultura produttiva, di sapere materiale e di capacità di tradurre nella modernità dell’industria le tradizioni culturali. È un know-how imprenditoriale che esercita una duplice fascinazione: come status symbol rappresentativo di uno stile di vita e come modello di organizzazione dei processi produttivi. A questo proposito è evidente che la relazione di scambio fondata su un know-how culturale come il design pone una serie di criticità soprattutto dal punto di vista della proprietà intellettuale e più in generale della serializzazione di saperi e culture materiali proprie. Da questo punto di vista, tuttavia, emerge negli imprenditori intervistati l’assenza di timori nell’affrontare la sfida dello scambio tecnologico e dei saperi produttivi con le imprese cinesi. Vi è comunque chi mette in guardia dal confinare il made in Italy soltanto nelle produzioni di lusso, nei marchi più di prestigio destinati a una élite che rimarrà per forza di cose ristretta. Lifestyle infatti non significa soltanto lusso, ma un segmento nel quale si riconoscono cinque connotati: mangiare bene; vestirsi con cura; abitare in case gradevoli; curare la persona; viaggiare all’estero. A questo proposito l’appeal turistico del nostro paese viene spesso richiamato nelle interviste come un punto su cui occorre prestare molta più attenzione; anche perché le indagini mostrano come l’élite cinese sia disponibile a viaggiare con un incremento del 15- 20% nei prossimi 10 anni e circa 100 milioni di turisti cinesi saranno previsti per il 2020. È qui che si colloca il futuro delle relazioni economiche tra Italia e Cina. Superata  la fase della delocalizzazione alla ricerca di manodopera a basso prezzo, la partita si gioca sui quadranti medio-alti della composizione sociale emergente del paese. Vince chi sa aggredire i mercati interni dell’Impero di Mezzo – o meglio, i vari sottomercati regionali – sposando le punte più evolute della propria produzione con la necessità dei consumatori locali.

Better city

Dal 1978, anno d’inizio della “politica della porta aperta” che ha favorito l’ingresso di investimenti diretti esteri nel paese, il Pil cinese è cresciuto a un tasso annuo medio attorno all’8%, ben al di sopra della crescita dell’economia mondiale e in particolare dei sistemi economici a capitalismo maturo occidentali. A tale tumultuosa crescita si è accompagnato un altrettanto repentino e inarrestabile processo di trasformazione del territorio, della società e della cultura cinese. Sono nate, in pochi anni, decine di megalopoli dal nulla; centinaia di milioni di individui si sono spostati dalle campagne alle città, dando vita a un imponente fenomeno di urbanizzazione tuttora in corso. A ben vedere, tuttavia, il mix di dirigismo e apertura non ha attenuato l’impatto della globalizzazione sui territori, semmai ne avesse avuto alcuna velleità. Anzi, l’impatto destrutturante dei flussi globali ha avuto in Cina l’effetto di una vera e propria rivoluzione permanente, di cui da qualche tempo, insieme ai numeri della crescita economica, si cominciano a calcolare – nella stessa Cina, o, perlomeno, nella sua élite urbana – anche le esternalità che ha generato, prime fra tutte quelle ambientali. Questione altrettanto centrale è quella relativa al rapporto tra città e campagna e alle problematiche sociali a esso connesse. In questo senso, una precisazione è d’obbligo: si tende spesso infatti a veicolare l’erronea – o perlomeno controversa – evidenza per cui il processo di urbanizzazione della Cina sia stato in qualche modo indotto da politiche governative volte a incentivare tale fenomeno. In realtà, questo è un processo che si è sviluppato secondo comportamenti in buona parte spontanei, e comunque contrari alle disposizioni dettate dal governo centrale. Tuttavia, questo fenomeno è oggi la maggior forza trainante del processo di urbanizzazione in Cina, la cosiddetta “grande ondata” dei lavoratori rurali verso le città Sul versante opposto – fatte, ovviamente, le debite proporzioni – c’è il modello di sviluppo dell’Italia, che si caratterizza per il suo continuo stratificarsi sui modelli e le esperienze precedenti, in un percorso che crea senza distruggere, che cambia senza rivoluzionare. Sebbene tale sistema sia tuttora esposto a critiche che ne stigmatizzano le inefficienze, va tuttavia rimarcato che se l’Italia, sostanzialmente, “tiene” di fronte all’impatto sociale dell’ipermodernità dei flussi – dalle multinazionali ai migranti – è anche merito della sua complessa architettura urbana, fatta di molteplici identità e molteplici centri decisionali. Una relativa stabilità che deriva anche e soprattutto da un processo di accumulazione di capitale sociale che garantisce un livello di coesione difficilmente ottenibile attraverso semplici politiche allocative dall’alto. È evidente che un processo di clonazione di tali esperienze territoriali è molto difficile, se non impossibile, non tanto nel ricreare un sistema aggregato di piccole e medie imprese, ma, in particolare, per quelle tracce di comunità, di territori, di saperi contestuali che si formano nei luoghi e che sono difficilmente esportabili. Tanto più in Cina, laddove la nascita di ogni sistema produttivo territoriale è intesa in una logica di programmazione statale dall’alto. Non è un caso, ad esempio, che sovente le delegazioni cinesi in visita in Italia chiedano alle autorità locali come abbiano fatto a programmare la nascita dei distretti. Detto questo, è tuttavia possibile immaginare alcuni ambiti entro cui la capacità tutta italiana di declinare al futuro il proprio passato, la propria stratificazione territoriale, possa essere un elemento di possibile interazione tra i due paesi.

Better life

L’Italia è un paese in grado di esportare qualità della vita, intesa nell’accezione più ampia del termine, per quanto possa sembrare paradossale raccontare di una qualità della vita spogliata, per quanto possibile, dall’accumulo di ricchezza individuale, da tecnologie semplificanti, da efficienza e velocità; sono infatti altri gli elementi attraverso cui l’Italia esprime un modello socioculturale che genera benessere, non fosse altro perché, come ricorda un intervistato, “sarebbe dannoso presentare ai cinesi la modernità del paese: cambierebbero idea appena messo piede a Fiumicino”; e questo, ancora di più, in riferimento alla Cina dell’ipermodernità, in grado di contare, peraltro, su risorse illimitate per costruirsi da sé il proprio hardware del benessere. Più facile, invece, che l’Italia possa adeguatamente rappresentare se stessa – e costituire un partner con cui relazionarsi – nella costruzione di un software del benessere e della qualità della vita. Diventa pertanto una questione centrale la modalità di rappresentazione di questo capitale di benessere e qualità della vita, o, meglio ancora, di better life, parafrasando il tema dell’Expo; in particolare, diventa centrale metterne in scena le seguenti declinazioni. La prima. L’Italia produce benessere. Si parla, ovviamente, delle cosiddette industrie delle “quattro F” – food, furnishing, fashion e Ferrari – che esportano nel mondo non solo qualità produttive, ma anche e soprattutto “gusto per il vivere”. Prodotti, questi, che si fanno ambasciatori, molto spesso, del territorio in cui sono realizzati, veicolandone nel mondo le tradizioni, i saperi e persino le caratteristiche morfologiche e urbane, arrivando, in alcuni casi, a farne addirittura un prodotto turistico. La seconda. High-touch, più che hightech. La qualità della vita italiana, tuttavia, non è fatta di soli prodotti, ma vuol dire, soprattutto, qualità nelle relazioni umane: è high-touch, in altre parole, più che hightech. Si fonda su valori che attengono in  primo luogo alla sfera dei legami forti, quelli delle relazioni famigliari, in primis, o afferenti alla dimensione della comunità originaria. D’altro canto, nei contesti metropolitani italiani, si rivela più che altrove la forza di legami deboli che si costituiscono all’interno dei percorsi formativi e lavorativi, che producono una dotazione di capitale sociale che si autoalimenta durante l’attività professionale. La terza. Welfare di comunità. Se si sposta l’attenzione alla dimensione dei servizi offerti ai cittadini, l’Italia produce benessere anche attraverso la creazione di un welfare di comunità, un ampio sistema cooperativo in cui singole persone, gruppi organizzati e associati rispondono alle esigenze di bisogno, di cura, di sostegno e alle situazioni di disagio dei cittadini. Quest’ultimo ambito può effettivamente costituire un valido elemento di relazione con il contesto cinese. Vi è infatti da considerare che alla crescita economica interna potrebbe corrispondere la crescita della domanda di servizi di welfare, sanità innanzitutto. Anche in questo campo non solo le produzioni italiane biomedicali, ad esempio, potrebbero avere spazio, ma anche la contaminazione con il modello di welfare mix italiano non è da sottovalutare, specie in relazione al contributo crescente del privato sociale.

Da Shanghai, verso Expo 2015

La costruzione delle architravi concettuali del Padiglione Italiano all’Expo di Shanghai lasciano in definitiva due grandi questioni aperte. La prima attiene alla rappresentazione del paese. Piccola premessa: l’Expo di Shanghai è, in ultima istanza, un grande parco a tema sul mondo per le moltitudini cinesi che, in attesa di girarlo in lungo e in largo, se lo portano in casa. Del resto questo, ne sono convinto, sarà sempre più l’impianto che caratterizzerà le Esposizioni Universali che, nei prossimi decenni, avranno luogo nei paesi in via di sviluppo. Di questo abbiamo discusso a lungo nelle riunioni del Comitato d’Indirizzo, ponendoci più volte il problema se la rappresentazione di un’Italia soft, priva di potenza, un’Italia della qualità della vita, del made in Italy e dell’urbanesimo dolce non assomigliasse troppo alla solita Italia “da esportazione”. Seconda questione aperta. L’Expo di Shanghai vede la luce nel pieno della grande crisi finanziaria ed economica, in una fase di epocale trasformazione economica e sociale che, come tutte le fasi di profonda transizione, pone in primo piano una grande riflessione sulla questione urbana. In questa riflessione il tema del limite acquista una nuova e fondamentale centralità, non tanto nell’accezione teorizzata da Serge Latouche della “decrescita serena”, quanto, piuttosto, nella ricerca di una nuova visione di sviluppo economico che lo sussuma. In quest’ambito, credo che il parco a tema di Shanghai e le sue better cities lasceranno irrisolta questa domanda. Toccherà a noi provare a rispondere, se ne saremo capaci, tra cinque anni con la nostra Expo da capitalismo maturo. Meno parco a tema e più evento riflessivo, partendo dal tema dell’alimentazione che, a pensarci bene, altro non è che una diversa declinazione della domanda di better life che ci porteremo dietro da Shanghai.

  • 1 - Urbanesimo dolce e Italian way of life