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Vincenzo Eusebi o l’architettura come soglia

Ampliamento dell’Istituto Professionale per i Servizi Alberghieri 

Intervento: Ampliamento I.P.S.S.A.R. (Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e la Ristorazione)
Committente: Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno
Luogo: Italia, San Benedetto del Tronto (AP)
Progettista: Enzo Eusebi (NOTHING Studio)
Direttore lavori: Enzo Eusebi (NOTHING Studio)
Strutture: Domenico Palestini
Impianti: Mauro Bracciani
Anno di redazione progetto: 1998
Anno di esecuzione: 2003
Costo intervento: euro 1.300.000
Imprese esecutrici:  EDILSTEEL srl – 66041 Atessa (CH)
Dimensioni e caratteristiche dell’area di impianto: 2.842 mq
Dati dimensionali dell’intervento: 2.235 mq (coperti) + 380 (terrazze)

Foto: NOTHING Studio

I due archetipi culturali che più frequentemente ricorrono nelle teorie e nelle proposizioni degli architetti contemporanei – come già dal 1945 spiega in uno straordinario volume einaudiano Bruno Zevi – sono organico e razionale. Organico è il termine con il quale si designa la legge vitale o di crescita della realtà. Uno scultore ancora pienamente attuale, Umberto Mastroianni, ricorre infatti al termine organico per definire la ragione profonda delle sue forme plastiche e le contrappone a costruttivo. Razionale è la forma proporzionale, composta, geometrica; organica la forma elementare. Per dirla con il Platone di Fedone, l’eídolon costruttivo si esaurisce nell’assoluto dello spazio ideale, cioè dell’eídos; la forma organica si riduce all’assoluto dell’aisthesis della materia. è su questi due poli espressivi che oscilla, si può dire da sempre, la ricerca architettonica di Vincenzo Eusebi.
L’esprit de géomètrie del razionalismo ha sempre affascinato il lavoro eusebiano; e pochi come lui sono persuasi della necessita di mettere ordine nella Babele dei linguaggi architettonici aggravati da noi da una sorta di “latino maccheronico”. Ma un problema di linguaggio è un problema di parole e di frasi più che di strutture logiche.
Così, ad esempio, nell’ allestimento del Mare di Corda del 1999 Eusebi pare rivisitare a fondo l’esperienza dei coniugi Kaija ed Heikki Sirén e il cosiddetto empirismo dei paesi scandinavi. Quell’uscire dalla storia per immergersi nella natura equivale per il “nostro” all’uscire dalla storia per svaporare nell’utopia. Egli non vuole la formula, ma neppure la “cosa” nel suo aspro realismo di machine à habiter: non vuole lo spazio come astrazione geometrica, ma neppure l’estensione senza misura. La sua logica, insomma, vuole essere, com’è storicamente giusto, logo, parole e discorso, forma. Di fronte alla Studio “Mancinelli” del 1993 e al Centro Sociale dell’anno seguente questa è un’esigenza che si traduce in uno scandaglio sull’ambiente. La tesi di Eusebi è che la forma architettonica non debba assimilarsi né opporsi alla situazione ambientale, ma ragionevolmente dedursi da essa, quasi per un processo di sublimazione e di mimesi icastica (eikastiké). Sicché la genesi della forma, che produce eídola, ossia copia della copia, deve rimanere percepibile, come una legge strutturale. Il processo critico del raccogliere, valutare, ragguagliare i dati, è il processo stesso dell’architettura: e non è chi non veda che si tratta ancora di uno svolgimento di trasformazione della dimensione in proporzione. è facile constatare che l’opera di Eusebi è tutta un’architettura di proporzioni, modulare, come l’architettura, con le dovute differenze di un Fredéric Borel o di un Duncan Lewis.
Ma senza che sia dato a priori un sistema proporzionale, un’unità di misura dello spazio, un modulo: perché quest’architettura, a cominciare dai Centri di telecomunicazioni Omnitel e Wind (rispettivamente del 1998 e del 1999), non può ammettere, neppure come ipotesi di lavoro, un’idea precostituita dello spazio, una complessione universale, una forma ideale o archetipa. Il modulo nasce e si precisa via via che si definisce la forma, e nasce proprio dalla consumazione totale di quanto vi è di materiale, di irriducibile, di particolaristico nel dato, con immagini non imitative (mimémata), bensì profili dinamici (schémata) che affiorano dal “niente del pensiero”, come solevano dire Richard Rogers e il nostro Aldo Rossi, e si affacciano alla realtà delle cose. Sensibilissimo alla casistica di relazione di spazio ed oggetto, elaborata dalla scultura e dalla pittura contemporanee, Eusebi guarda nei più recenti lavori, dal recupero dell’ex Ospedale Psichiatrico di Teramo all’istallazione, con la preziosa documentazione fotografica di Fabrizio Sclocchini, di Anne Frank / Giornata della Memoria, con speciale interesse alla rigorosa proporzionalità che l’architettura razionale cerca nella geometria quasi immateriale delle linee e dei piani.
In essi la luce non viene accolta, così indeterminata e quasi come presupposta, non solo viene qualificata, ma obbligata nella sua direzione (guidata dalla distribuzione delle nuance trasparenti e di quelle opache), e nella sua quantità, e infine nella scelta e gradazione cromatica. Lo spazio interno viene, per così dire, ancorato a questa qualificazione luminosa e coloristica, in tutte le sue articolazioni coordinate. Va da sé che, nel work in progress di Eusebi, noi possiamo e dobbiamo ermeneuticamente assumere, intendere e giustificare anche un’architettura che espressivamente consista in un sentimento contrario: nello svolgere spazi e volumi interni rigidamente separati dallo spazio esterno (e si veda, in tal senso, l’allestimento del pub For Love Or Money di Martinsicuro). Ma qui si tratta di intendere il problema creativo del progettista di San Benedetto del Tronto: che sente e assume lo spazio come infinitezza ed illimitatezza, sia che esso configuri come un orizzonte avvolgente, o come un crinale erto di monte che è come un’ala che taglia il cielo, o come un bosco con la sua moltiplicazione e indefinita giroscopia di visuali. Eusebi sente il rapporto tra edificio e spazio come soglia, chòra, ed osmosi immensa: unità o tópos in un medesimo battito o respiro.

Floriano De Santi

Qualità architettonica

Il luogo dove il complesso sorge, è un basamento-edificio costruito attorno agli anni ’70 per ospitare una scuola media; ora, al di sopra dei 7.000 mc della struttura originaria emergono quattro volumi dai prospetti inclinati, che inquadrano, tra di loro il mare fra le maglie della città. Separato dal resto del tessuto urbano, il nuovo istituto alberghiero accetta in maniera non passiva il destino che, come dice Rafael Moneo, caratterizza ogni costruzione: l’edificio si erge isolato, in totale solitudine solo per sempre, padrone di sé.
Esso è già, infatti, parte integrante del paesaggio; di un paesaggio particolarmente suggestivo (il mare, il porto) che si contrappone, non si integra, con il tessuto urbano. Questo isolamento non segna infatti una censura. Non costruisce un mondo a parte. Il complesso non pretende di trasformare in architettura la specificità del sito dove sorge, tenta invece di divenire parte di esso: Insieme, questi edifici, si propongono come un incidente geografico nel territorio della città. Indicano un nuovo set di coordinate spaziali nel quale il rapporto con il mare e quindi il porto, giocano un ruolo fondamentale. L’edificio, nel suo complesso quindi di circa 12000 mc, si inserisce all’interno di un contesto urbano di particolare specificità topografica e di qualità architettonica: oltre al porto confina infatti con l’asse storico della città dove sorgono residenze unifamiliari dei primi del secolo. Progettata da Enzo Eusebi, la struttura vuole trasferire cultura innovativa ai servizi alberghieri, attraverso un edificio che dia l’idea di come oggi debba essere inteso un istituto scolastico superiore così complesso nella definizione finale (lo spazio deve essere sempre in equilibrio tra didattica ed ambiente di lavoro). L’obiettivo è stato quello di superare la maniera miesiana di stabilire una continuità fra interno ed esterno, e stimolare la consapevolezza della differenza. Dal basamento esistente (edificio originario) emergono, come detto, quattro prismi irregolari. Il primo (in teku patina) di 1.200 mc, ospita il salone ricevimenti, il wine-bar, le cucine multimediali, con 400 posti a sedere. Il secondo (in teku zinn) di 4.000 mc ospita i servizi, i magazzini distinti per derrate alimentari, celle frigorifere, spogliatoi differenziati, e cucine didattiche su gradoni. Il terzo volume (rivestito da un breil soleil in legno) a base quadrata, inclinato sui lati minori, funzionalizza all’interno spazi per la didattica (aule speciali, biblioteca, sala convegni). Un “involucro-percorso”, progettato per la manutenzione dell’intero complesso, costituito da due pareti vetrate, unirà i tre volumi e le terrazze adiacenti.

La sfasatura fra i volumi esterni crea degli interessanti spazi residuali (le terrazze panoramiche appunto). L’asimmetria fa sì che il visitatore sia naturalmente portato a “perdersi”, a smarrire il senso dell’orientamento, e a risalire il percorso verso l’alto, verso i foyer, dove due grandi finestre squarciano l’opacità del rivestimento e permettono di vedere il mare.
La sfida è stata quella di proporre un modello in scala reale, destrutturato, all’interno del quale sono state inserite aree per la socializzazione, la didattica e il tempo libero (ospiteranno una biblioteca, una sala riunioni, 12 aule speciali, 6 cucine didattiche, una sala ristorante, 3 magazzini, oltre ai servizi per un totale di circa 2.600 mq). I volumi dell’ampliamento, caratterizzati dalle diverse superfici utilizzate e quindi da colorazione a contrasto, si presentano così come una serie di corpi sconnessi, sovrapposti ed adiacenti, che gravitano, sospesi su pilastri in acciaio, sulla porzione scolastica preesistente.

Il progetto si è reso necessario per diversi motivi, tra i quali:

  1. recuperare l’immagine estetica dell’immobile di interesse urbanistico elevato
    2. recuperare la funzionalità dello spazio esistente che, assieme all’ampliamento, permettesse di realizzare un servizio scolastico allineato agli standards europei
    3. rendere l’intero complesso rispondente alle attuali normative igienico sanitarie impiantistiche.

I corpi di fabbrica esistenti non essendo coevi né omogenei, per qualità architettonica strutturale e costruttiva, davano del complesso un’immagine disomogenea e frammentaria; la composizione planimetrica generale era scaturita non da uno studio organico ma da stratificazione di interventi più o meno casuali, dettati solamente da esigenze funzionali.


Qualità tecnologica

Dopo l’analisi geologica e le risultanze delle prove di carico, dalle quali emergeva l’impossibilità di procedere alla realizzazione della sopraelevazione, senza affrontare complessi interventi di consolidamento in fondazione con opere costose e tecnicamente di incerto risultato, e considerando la tipologia strutturale esistente, e la normativa vigente in materia di carichi e sovraccarichi, si è deciso,  di svincolare la nuova costruzione da quella esistente.
Si decideva così di “alleggerire” al massimo tutto l’intervento di sopraelevazione e ristrutturazione globale, operando con il sistema “struttura in acciaio” e “rivestimento in materiale leggero”, che risultava essere la tecnologia ottimale per realizzare l’opera con i minimi dispendi di tempi ed energia e risultati migliori.
I circa 220.000 kg relativi alla struttura in acciaio (pilastri e travi reticolari) della sopraelevazione permetteranno di ridurre sensibilmente i tempi di intervento in cantiere.
Le vecchie murature perimetrali rimarranno solo all’altezza del terzo piano fuori terra rimanendo completamente indipendenti dai lavori di ampliamento. I solai, circa 2.400 mq, verranno posati di seguito a secco e saranno costituiti da normali lamiere grecate autoportanti. L’uso dei materiali è l’elemento fondante del progetto: rame ossidato, zinco titanio, legno; la costruzione sta nel concretizzarsi di un contrasto, materico e architettonico.
Il sistema adottato per la realizzazione del tamponamento delle “4 masse” costituenti l’ampliamento è quello della “parete ventilata”.

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