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Second Life di un presidio rurale a Ostuni

24 marzo 2017 Visualizzazioni: 382 Restauro, Architettura

progetto di Mondaini Roscani Architetti Associati

Una passione per quella forza che solo la sintesi perfetta tra forma materia tecnica e contesto che alcune architetture sanno trasmettere. Una sintesi ben espressa
da molte tipologie costruttive antiche che si trovano con grande frequenza nel nostro paese, capaci di caratterizzare fortemente un luogo per la loro numerosità e presenza, testimoni di una vitalità rurale perduta per sempre. Si pensi ai dammusi delle isole siciliane o ai più antichi nuraghi sardi, per arrivare ai più noti trulli pugliesi
o le pajare del Salento e alle molte altre strutture capaci di raccontare con semplicità e certamente poesia, un luogo e la sua essenza. La storia del progetto nasce proprio dall’incontro con una di queste strutture, meno nota delle altre ma non meno intrisa di quella mediterraneità che parte da lontano che mescola forme e tradizioni, che ibrida sapienza costruttiva e adattamento in un prezioso equilibrio tra edi cazione e orogra a. Il suo nome, torretta ostunense, non univoco in realtà, come tutte le cose che si tramandano per generazioni e si modificano nel tempo (è detta anche torretta saracena, araba ecc.), è testimonianza del suo ancoraggio al luogo plurale in cui nasce. Un luogo che unisce mare e altopiano e che per la sua forma, a differenza del trullo di cui è una versione più morbida, permette di essere usata per essere abitata ma anche come punto di vista, come traguardo per un orizzonte lontano, il mare, e un orizzonte vicino, la contrada e la sua campagna di cui era presidio agricolo.

La collocazione paesaggistica di questa torretta è davvero speciale, sulla punta di un lotto perfettamente triangolare sulla sommità di una collina dalla quale si traguardano in lontananza alcuni dei centri più noti della valle d’Itria da Cisternino a Ceglie Messapica no a Martina Franca. La sua struttura architettonica invece è una delle più semplici e tradizionali della valle, un volume più o meno tronco conico che fa da basamento e struttura portante sul quale si impostano degli ulteriori e più piccoli tronchi di cono
che corrispondono esattamente alle spazialità interne dell’edificio.
Ogni tronco di cono finito in sommità con una morbida calotta ribassata nasconde all’interno una cupola verticale che si imposta sulla base quadrata di ogni singola stanza e diviene salendo di forma circolare. Affiancati al volume principale alcuni accessori, anche questi consueti per la particolare tipologia rurale e che constano di piccole calotte tronco coniche, la cui forma è necessaria per la raccolta delle acque piovane e che ospitavano ricoveri per piccoli animali domestici, e di un rettangolo in pietra al centro nel quale trovava posto il torchio per la pigiatura dell’uva il cui liquido veniva ricoverato nella sottostante cisterna. Il materiale unico con cui tutto ciò è costruito e da cui tutto ciò prende forma e sostanza è la pietra. Materiale sostanzialmente e giustamente divinizzato in zona, è base di ogni struttura e il carattere specifico del contesto. Tutto, ogni spazio e ogni forma nasce dalla pietra, sulla quale si fonda ogni architettura, sia la più monumentale che la più semplice, dai muretti di contenimento con cui sono de niti gli in niti terrazzamenti e i confini di proprietà no a queste piccole costruzioni rurali nei dintorni di Ostuni, le torrette ostunensi e i loro annessi. Il progetto di ristrutturazione e ampliamento lavora su due distinti piani con l’obbiettivo comune di valorizzare al massimo l’edificio preesistente che diviene il perno della composizione architettonica. Il primo piano è appunto quello del restauro dell’edificio della torretta. Sono state consolidate le parti di muratura in pietra a secco che il tempo ha sconnesso attraverso il ripristino della sua stratificazione originaria organizzata in spessori di pezzature diverse per dimensione e fattura  ed è stato poi opportunamente risigillato tutto il manto di copertura, anch’esso lapideo e finito in calce idraulica bianca le cui pendenze permettono il recupero totale dell’acqua piovana.

Il grande spessore murario che conteneva le spinte delle cupole verso valle e in particolare l’incastro con gli spazi di connessione della torretta con il volume
di ampliamento, sono stati sfruttati per ubicare un bagno e un ripostiglio che permettono di funzionalizzare l’unità rurale che constava solo di due vani, una nicchia per dormire e un vano per il fuoco addirittura esterno, a fianco del piccolo ingresso. Il secondo piano su cui lavora il progetto è quello dell’ampliamento volumetrico che, a differenza di operazioni mimetiche che in continuità formale con l’antico producono spesso spazi di stucchevole traslazione storica, viene immaginato in apparente distonia con la centralità delle morbide forme dell’antica struttura. Due semplici e lineari doppie volumetrie gemelle e rettangolari abbracciano la circolarità dell’edificio preesistente che viene esaltata proprio per differenza e per rispetto.

 

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