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I sei sensi: Paola Angelini

18 marzo 2016 Visualizzazioni: 802 Arte

di Andrea Bruciati

“Voglio mostrargli là dentro un nuovo abisso, voglio rappresentargli non soltanto l’universo visibile ma l’immensità immaginabile della natura nello spazio di questo compendio di un atomo.”

Blaise Pascal, Pensieri, 230.

La pittura si sostituisce alla natura e nasce e si sviluppa al suo pari, cercando un senso per conoscere il mutamento della realtà attraverso la forma. Paola Angelini conosce e desidera ciò che tocca con il colore, il resto non la riguarda: non vi è nulla di trascendente o religioso se la cosa o l’idea non è esperito da qualcosa di nostro/suo e dalla indissolubilità di questo qualcosa nel segno e nel colore.

Quella che afferma in modo veemente è in realtà una coscienza del sacro che è attenzione al mistero attraverso un’indagine quasi sensistica: un’analisi rigorosa ed esperienziale del qui ed ora della Natura, di leopardiana ascendenza. Questo ovviamente non significa che non sia trascendente nella sua visione ultima ma certo immersa in quella immanenza tipica della cultura marchigiana, difficile da spiegare se i santi e le madonne popolano la tua vita quotidiana come umili idola familiari. L’occhio vede tutto ciò che il corpo sente, mi verrebbe da ribadire. La mente lo regge nel vedere così e giustifica la soggettività della vita così che l’artista diventa fattrice di una pittura ciecamente creduta. La sua è una zona asintotica, un campo che tende ad avvicinarsi ad un concetto senza mai raggiungerlo, dove l’arte tende a distruggersi come linguaggio-oggetto senza costituirsi come metalinguaggio. Non si afferma mai nulla alla fin fine, si interroga la pasta e gli strumenti del fare pittorico incessantemente, esacerbandoli: dalla prima pennellata che depone sulla tela, già ritaglia un suo orizzonte da porre in discussione.

Ciò che la pittrice ricerca nell’immagine non è pertanto l’ideale, ma il corporeo: la sua è una sorta di antropologia retinica, intesa nel rapporto che essa intrattiene con la carne della pittura, al di là di ogni idea di antropomorfismo e rappresentazione figurativa. L’indagine emotiva connota  pertanto la ricerca iconografica che nutre la tela di metafore, che diventano metamorfosi, di segni che si tramutano in sintomi. Alla fine la pittura di Paola Angelini si addensa ed emerge come icona, frutto dei sensi. Seguendo da questa prospettiva la lettura fenomenologica di Merleau-Ponty condotta da Lacan, l’oggetto-pittura si trasforma in apparizione perché apre la superficie su una doppia linea interpretativa, di rivelazione e di empatia. Il suo vocabolario così si frantuma e cosparge come gocce dormienti la tela, che si costella di immagini che non vogliono decorare, simulare o consolare, ma agire e sconvolgerci, come visioni precipitose di uno spazio concreto, quasi fisico, in cui lo sguardo sprofonda.

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