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Theatrum mundi

29 marzo 2017 Visualizzazioni: 107 Exhibit

Gli Scenari immaginari di Franco Cecchini a Jesi

di Alberto Pellegrino

Franco Cecchini, per i suoi Scenari immaginari, ha composto una serie di trittici fotogra ci che vanno decodi cati tenendo presente il suo passato professionale e“passionale”: il Teatro, ove ha lavorato per più di trent’anni nella direzione del Pergolesi di Jesi.

Le immagini di Cecchini, infatti, richiamano alla mente quella fondamentale ideologia teatrale propria del Rinascimento italiano, secondo la quale il teatro è lo “specchio della vita”, una imago mundi capace di trasmettere modelli culturali e comportamentali propri di una società urbana. Questa visione ha trovato allora una naturale e feconda corrispondenza con la vasta schiera di architetti-scenografi del Cinquecento-Seicento (da Sebastiano Serlio a Girolamo della Genga, dallo Scamozzi all’Aleotti, dal Bernini al pesarese Niccolò Sabbatini), tutti impegnati a portare sulla scena il “Gran Teatro del Mondo”.

Il tema del theatrum mundi è ripreso dai grandi autori spagnoli del Siglo de Oro, a cominciare da Calderon de la Barca che nel 1635 scrive l’auto sacramental Il grande teatro del mondo, dove viene riproposta la metafora della vita intesa come spettacolo, secondo la regola dettata dallo studioso mantovano Leone de Sommi:

“Tutto il Mondo insieme altro non è che una scena e un teatro ove si fa di continuo spettacolo delle nostre azioni” (1556). Osservando le foto di Cecchini – scattate
a diverse latitudini e montate in un percorso narrativo – si vede chiaramente una forte tendenza scenografica a rappresentare il “Teatro del Mondo”, poiché le sue immagini sembrano trovare un punto non casuale di congiunzione tra architettura e geometria, scenografia e interpretazione cromatica, con un uso del codice prossemico finalizzato a calibrare lo spazio e la luce per dare un giusto equilibrio al gioco dei vuoti e dei pieni. A questo punto ci si può chiedere: ma in tutto questo l’uomo dov’è?
Quella degli esseri umani è un’assenza apparente, che si risolve invece in una presenza reale da “leggere” con gli occhi della mente, una presenza che attraversa tutta la serie dei trittici, a cominciare dal drammatico trittico d’apertura intitolato Prima della notte, dove un sole malato precipita dall’alto sui ruderi ancora intatti di Palmira. A questo scenario, ormai pressoché distrutto, e alla memoria dell’archeologo siriano Kaled Al Hassad ivi assassinato, l’autore dedica la mostra. La presenza umana si avverte pulsare anche dietro le rosate geometrie di Esposizione alla luce; in quell’interior dove si percepisce uno sguardo che sembra scavare e modellare lo spazio; in quegli elementi cromatici, architettonici e compositivi che segnano Collages e Linee di fuga. Particolarmente coinvolgente appare la montaliana Stanza sul mare, perché in quei riflessi vitrei si sente vibrare uno sguardo, un’anima sensibile al richiamo degli immensi spazi marini. L’ultimo trittico, intitolato In Out – Sipario! fornisce la chiave interpretativa di tutti gli altri racconti: la rappresentazione è finita, il sipario cala su una metropoli immersa nella nebbia, le case sono formicai segnati da una struggente uniformità.

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