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Tutta colpa di Jung – Simone Pellegrini

29 marzo 2017 Visualizzazioni: 423 Arte

di Andrea Bruciati

Ciò che rende l’amore essenzialmente immorale è il desiderio della durata del piacere.

Herbert Marcuse, “Frammento dagli appunti su
À la recherche du temps perdu di Proust “, (1950),
in “Che l’intollerabile esploda. Inediti di Herbert Marcuse su arte e rivoluzione (1945 – 1979)”, a cura di
G. Baratta e R. Casale, in L’Indice, n. 11, a. XVI (1999), p. III.

Riversare il vaso di pandora su una superficie orgiastica, che si estende fluidamente come una mappa. All’interno, quasi per richiamarsi a Warburg, una sorta di storia delle immagini intesa quale stratificazione di esperienze diverse. Come in un’anamnesi cronostorica dell’uomo, le diverse epoche si sovrappongono per sedimentazioni di differenti fasi geologiche, pronte a far riemergere improvvisamente dal sottosuolo un’immagine assente da tempo, senza un centro ma eco di una topografia a noi conosciuta, da sempre. Un universo metamorfico perché, come ama ribadire l’artista: “Se c’è un ‘io’ da definire è quello che ha subito il decentramento copernicano, è quello improvvisamente periferico e spodestato, è quello fattosi appendice del pensiero in Cartesio, è quell’essere senza soluzione di continuità con l’animale in Darwin e infine quello che non è padrone in casa propria così come sancito dal pensiero psicanalitico sin dalla prima ora. Jung certo è stato importante per la questione degli archetipi per aver gettato luce su un serbatoio i cui reflussi sanciscono una comune dipendenza- appartenenza”. Eppure questi atlanti fibrillano e non sono semplice addizioni di quelle pathosformeln, fermi-immagine che condensano la creazione originaria con la ripetitività del canone a cui fanno involontariamente riferimento. Si ode invece una vibrazione quasi sessuale, protozoica, che rimanda a Freud nella lettura lacaniana negli intenti ma a Jung nella spasmodica, quasi amniotica, ricerca di un inizio. “L’archetipo come elemento che trascende ogni singolarità, ha una valenza a tratti imperscrutabile per quel che di remoto da cui procede; è il proprio da cui siamo espropriati e a cui ci riconducono le forme dopo estenuanti metamorfosi oppure in una rivelazione tanto puntuale quanto trasecolata. L’archetipo non dilegua nella storia ma riemerge dalla camera magmatica dell’essere ed è causa a cui difficilmente si può risalire per induzione perché solidificando a contatto con il nostro ambiente si diversifica essenzialmente” afferma Simone Pellegrini. Come un tappeto cosmogonico ci troviamo dinanzi ad una sessualità esplicitata attraverso un groviglio, vari nodi d’incanto, una polluzione di segni che non sfugge al giogo della reiterazione del desiderio. Le cartografie sulla superficie si distendono come geografie e osano rappresentare l’irrappresentabile e cioè il godimento perché, come sottolinea l’artista: “l’uomo rappresenta perché non potendo godersela reitera desideroso a un passo dalla soddisfazione. Ecco perché questo che non si accontenta è quello stesso che non gode e si amplifica, stornato, nel simbolico”. Forse è tutta colpa di Jung ma una mnemosyne frammentata si palesa davanti a noi, tesa e squassata esplosione liberatoria di quel piacere, tanto caro a Marcuse.